Dopo la tappa notturna di ieri sera, oggi i runner hanno affrontato quella che il “clan degli spagnoli” ha definito “la tapa reina”, la tappa regina della 100 Km del Sahara: la maratona. Una maratona impegnativa, da correre quasi interamente su dune di sabbia. Per di più dopo un’altra notte decisamente poco rilassante: il termometro ha toccato i 4 gradi sotto lo zero, e i primi a svegliarsi hanno trovato rugiada gelata e una nebbia da tagliare col coltello. Già, nebbia nel deserto!
Il sole, in compenso, oggi ci ha graziato: qualche raggio per scaldarsi un po’ prima della partenza. E per fortuna, perchè il via è stato dato in quattro tornate: prima i camminatori, alle 7.30. Un’ora più tardi i runner più lenti; alle 9.30 i runner medi; e alle 10.30 i più veloci. In questo modo, si è evitato di dover presidiare il percorso con i mezzi per l’intera giornata, ottenendo invece arrivi abbastanza concentrati.

La “tapa reina” della 100 km del Sahara ha sciolto le ultime resistenze qui al campo. Ora sono davvero tutti “fratelli di sabbia”. Urla, baci, abbracci a ogni arrivo. E sotto il gonfiabile del traguardo è passata anche lei, Maria Agne Roest-Bomers, la nonnina ottanduenne olandese che non si tira indietro quando si tratta di correre, ma nemmeno di dormire in tenda, di non lavarsi per giorni, di non usare servizi igienici. Mitica! Anche se, lei precisa, «per un tratto mi sono fatta trasportare in macchina». Un peccato veniale, dopo tutto.

Se Maria Agne è la concorrente più vecchia della 100 km del Sahara, il più giovane è un diciottenne argentino, Carlos Foresti, arrivato qui con il padre. Qui ha avuto il battesimo della maratona, ed è anche riuscito a precedere il genitore di un bel pezzo. A sorpresa, la maratona è stata vinta in scioltezza dallo spagnolo Juan Antonio Alegre, la vera rivelazione di questa 100 km del Sahara, con un tempo di 3h:29:52. A chi gli ha chiesto come mai questa improvvisa performance soltanto il terzo giorno, ha risposto con naturalezza: «Perchè prima dovevo fare un po’ di foto». Se gli avessero tolto la macchina fotografica, Juan sarebbe stato sicuramente il trionfatore di questa 14a edizione. Tra le donne, sempre in testa Alice Modignani. Il suo tempo: 04:09:32

Il percorso, come si diceva, è stato una lunghissima infilata di dune di sabbia. Intervallato nella parte centrale da una pista in terra battuta. Dune che hanno messo alla prova le gambe, e riempito di sabbia le scarpe dei runner. Ormai le vesciche non si contano. Ma poco importa, perchè il più è fatto. Mancano gli ultimi 23 chilometri per coronare quello che per molti (anzi, quasi per tutti) non è soltanto una gara: ma una tappa della propria vita; una scommessa; una rivincita; una sfida con se stessi o un modo per dire «grazie» a una malattia sconfitta. Qui non si viene solo per correre: ma per ricominciare.

Peter, il cronista olandese che corre come una lepre, ogni giorno dopo aver tagliato il traguardo gira il campo con il suo taccuino per raccogliere impressioni al volo. Oggi, dopo la maratona, il taccuino l’ha appoggiato sul tavolo. Alterna un appunto e un boccone di maccheroni al sugo.
Questa notte promette di essere tranquilla. E poi c’è in programma la cena modenese: lasagne a gogò. Se le nuvole si fanno da parte, magari si riuscirà anche a vedere qualche stella…

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