Lorenza Bernardi ha concluso la Transcanaria, ora ci racconta la storia di un viaggio, di una corsa e di un’isola selvaggia.
22 febbraio
Una vignetta del ‘Milanese Imbruttito’ cita: Il Milanese Imbruttito, ogni volta che deve prendere l’aereo a Orio al Serio, si ripromette ‘F***, Linate tutta la vita’. Ecco, più o meno è quello che ho pensato la mattina del 22 febbraio, quando io e i miei compagni d’avventura, i ragazzi Salomon, eravamo in coda sulla A4 diretti all’aeroporto. Destinazione del volo che avremmo preso di lì a qualche ora: Gran Canaria. Scopo del viaggio: partecipare alla Transcanaria, gara di trail ‘disponibile’ su più distanze: 30, 42, 82, 125 e 265 chilometri.
Dopo un’altra fila interminabile agli imbarchi (e qui il Milanese Imbruttito avrebbe commentato: ‘F***, poi dicono che c’è la crisi’) saliamo sul volo Ryanair, decollando da una Bergamo fredda e un po’ grigia; dopo quattro ore e mezzo atterriamo sull’Isola con 23 gradi ad accoglierci.
Il viaggio in taxi dall’aeroporto a Maspalomas, dove abbiamo affittato il bungalow, mi illude e mi sembra che il panorama di Gran Canaria sia simile a quello di Lanzarote, isola visitata quattro anni fa in occasione dell’Ironman. Scoprirò poi il giorno della gara che non è affatto così: mentre Lanzarote è brulla e scura a causa delle rocce laviche, Gran Canaria è verdissima, punteggiata all’interno da rocce rossastre tipo Gran Canyon.

Respiro a pieni polmoni l’aria tiepida e secca e mi accoccolo sul sedile posteriore dell’auto, finalmente rilassata e ringraziando la sorte che mi ha regalato questa inaspettata vacanza di febbraio.
23 febbraio
Dormiamo a oltranza ma qui il fuso è un’ora indietro, quindi ci svegliamo relativamente presto. Decidiamo di andare a prendere subito i pettorali così da toglierci l’incombenza e dedicare il pomeriggio a una piccola corsa assieme agli altri atleti Salomon, tra cui Caroline Chaverot, la francese pluricampionessa di trail (vincitrice, solo per dirne una, dell’ultimo UTMB). Philipp Reiter ci fotograferà. Quando arriviamo all’expo rimango rapita dall’atmosfera rilassata ma nello stesso tempo caliente della gara. Sarà per il clima mite che permette ai corridori di indossare canottierine dai colori sgargianti e ciabatte ai piedi, ma non sembra affatto che di lì a poco tutta questa gente si massacrerà le gambe tra salite e discese.
La corsa pomeridiana diventa una bella sgambata sulle dune della spiaggia di Meloneras, con salti, discese a cannone sulla sabbia e scherzi. Bello, mi piace un sacco, mi aiuta a togliere quella sensazione di spossatezza che mi aveva sopraffatto dopo pranzo. L’energia è tale che, una volta tornata in albergo, mi infilo il costume e mi tuffo nella piscina del residence. E diciamolo pure: un bagno a febbraio, vero schiaffo morale a chi è avvolto nella nebbia milanese, è davvero gudurioso.
24 febbraio
La sveglia è alle 6: dobbiamo essere a El Garañon, che si trova al centro dell’isola a 1600 metri d’altezza, entro le 9. Andrea Callera, il nostro angelo custode nonché team manager della Salomon, accompagna me e Davide Cheraz con l’auto. Per noi che ci avvaliamo dell’assistenza personale in gara affittare un’auto è imprescindibile per poter raggiungere i vari punti di ristoro, ma l’ottima organizzazione mette a disposizione diversi pullman che portano gli atleti nelle varie zone della partenza (a seconda della distanza di gara scelta si parte in un punto diverso dell’isola).

El Garañon ore 9: la Transcanaria parte con una temperatura di circa 5°C e con pioggia battente. ‘Ma non siamo alle Canarie?!’, penso strizzando gli occhi. Ai primi scrosci seri mi domando se ho fatto bene a non infilarmi anche l’antipioggia. ‘Ti prego, ti prego: fa’ che si apra il cielo’ prego qualche dio canario. Dopo la prima salita da circa 300 metri, bruciata a cannone con un ritmo da ‘come se non ci fosse un domani’, si scollina verso Tunde e il cielo magicamente si apre. Anzi, la temperatura comincia a farsi addirittura calda. Il sudore mi scende sugli occhi impedendomi una buona visuale sulla discesa tecnica e ciottolosa.
La seconda salita è sempre abbastanza corta. I ritmi iniziano a farsi più umili e qualcuno capisce di avere osato troppo nei primi venti chilometri. E infatti si cominciano a raccogliere i primi cadaveri: ad Ayagaures c’è già gente che cammina. Io intanto faccio qualche foto sulla discesa prima del ristoro: sapere che c’è Andrea che mi aspetta mi tranquillizza sempre molto. Anche se lui ha a che fare con atleti di grande livello non si tira mai indietro ad aspettare anche me, e a sostenermi non solo con rifocillamenti ma anche con una parola buona. E, si sa, in gara tutto serve per gestire al meglio i momenti di difficoltà.
Da quel momento inizia il pezzo peggiore della gara: una salitella bastarda di circa 200 metri di dislivello che obbliga a correre. Poi un’interminabile discesa sul greto di un fiume secco, pieno di sassi ammazzacaviglie. Cerco di trovare un senso a questo percorso e seziono attenta la strada per scovarne le insidie; ma un senso non c’è, non c’è neppure un panorama, visto che è coperto da canneti a destra e a sinistra. Bisogna semplicemente abbassare la testa e correre, proprio come mi aveva anticipato Giulio, già finisher lo scorso anno.
Arrivano gli ultimi chilometri. Al penultimo ristoro trovo Davide seduto con la caviglia alzata: purtroppo è caduto e ora aspetta la jeep che lo riporti a valle. Era terzo e il rammarico è pungente. Gli dò un veloce abbraccio e proseguo.
La discesa sbuca in città. Pensavo di aver fatto il peggio: illusa.
Gli ultimi cinque chilometri sono un calvario. Asfalto, una strada bianca, poi ancora il greto del fiume da percorrere da una riva all’altra a mo’ di gondola, asfalto, di nuovo greto del fiume, asfalto… A un certo punto urlo: ‘Ma bastaaa!’.
Sono stanca.
Questo percorso non è molto impegnativo per le salite, ma ci sono comunque duemila metri di dislivello in discesa e i quadricipiti bussano alle gambe.
Per fortuna c’è il tifo delle persone. Non so perché, ma la parola spagnola ‘animo!’ mi tocca nel profondo: è bella, piena, avvolgente. Ti sprona proprio a tirare fuori tutta te stessa, a impastare gli ultimi chilometri con energia e forza. Con animo.
Vedo finalmente l’arrivo. Ah, come è dolce vedere l’arco con la scritta Transcanaria.
Sgroppo e sorrido, già dimenticando gli ultimi chilometri di passione.
Ed è fatta.

25 febbraio
Visto che il povero Davide è fuori uso (ma per fortuna nessuna rottura della caviglia) Giuliano Cavallo, compagno di squadra, mi chiede di assisterlo per la sua gara da 82 chilometri.
Glob (deglutisco).
Non ho mai fatto assistenza a un top runner e soprattutto so che dovrò guidare attraverso tutta l’isola (spesso attraverso strade impervie) senza sbagliare percorso, per arrivare in tempo ai ristori. Ovviamente accetto. E sono subito Semola, il giovane scudiero investito della responsabilità di portare le spade a Caio.
Il giorno dopo ci svegliamo alle 4. Ultimi preparativi e via alla volta di Fontanales.
Il navigatore si impalla diverse volte facendoci scendere più di una goccia di sudore, ma alla fine arriviamo a destinazione in anticipo.
Un rapido abbraccio a Giuliano e inizia il countdown. Sono emozionata per lui, lo confesso.
Ore 7: il fiume di concorrenti si invola sulla prima salita. Io urlo per incitare tutti ed entro in ‘modalità assistenza’: salgo veloce in auto e mi inerpico sul primo valico di montagna che mi porterà al primo ristoro da presidiare, Tejeda. I primi timidi raggi di sole svelano uno scenario che prende a prestito un po’ dalla Nuova Zelanda, un po’ dal Colorado, un po’ dal film ‘Gorilla nella nebbia’. Fermo la mia Pandina e scendo: l’aria è fredda e tutto attorno è silenzio. Scatto qualche foto e mi sento un po’ pirla a esclamare a voce alta: ‘Dio che bello’.
Arrivo a Tejeda mancando di poco Andrea che sta facendo assistenza a Giulio Ornati sulla 125 km. Faccio finalmente colazione in un bar in stile Wim Wenders e poi mi preparo per il primo ristoro di Giuliano.
Sono emozionata.
Quando lui arriva mi sbraccio come se chiamassi un figlio per la merenda. Giuliano si avvicina e lo travolgo: gli chiedo come sta, gli offro borracce, gel, barrette. Gli comunico la sua posizione e quanto dista dal primo: questo sarà un copione che si ripeterà per i successivi due ristori.
Giuliano è tranquillo e riparte. Lo guardo allontanarsi e un po’ mi si stringe il cuore: lo vedo forte, ma nello stesso tempo mi piacerebbe farmi piccola piccola e accompagnarlo per tutto il percorso per incoraggiarlo. Allora è questo quello che si prova a fare assistenza!
Mi piace un sacco.
Risalgo in auto: non ho molto tempo per arrivare a El Garañon. Il pieno giorno mi svela altri particolari e altri scorci: la natura qui è quasi sfacciata e ti avvolge ovunque ti volti. Ti obbliga a fotografarla tutta, in modo bulimico.
Quando arrivo al secondo ristoro incontro facce ormai amiche: altri compagni di viaggio di team differenti, mogli, fidanzati. Tutti prepariamo il nostro materiale ricavandoci un piccolo spazio sui tavoli a disposizione. Sembriamo al mercato: un piccolo popolo di Assistenti alla Sofferenza pronti a esaudire richieste.
Da lontano vedo Giuliano arrivare. Gli urlo, lo incito, saltello. Capisco di non essere molto professionale, ma me ne frego perché sono felice. Questa volta gli somministro anche una pacca sulle spalle e ci diamo appuntamento ad Ayagaures.
Salgo in auto e inizia la discesa anche per me.
Mentre guido mi contorco per spogliarmi: la temperatura poco alla volta si è alzata e siamo passati dai 5° ai 24° gradi. Il viaggio per il ristoro successivo dura quasi due ore, ma arrivo in tempo. Dopo circa venti minuti si vede Giuliano, in perfetta tabella di marcia.
‘Come stai?’ gli chiedo.
‘Sono bollito’ mi risponde. In realtà lo vedo benissimo e gli intimo di spingere gli ultimi 18 chilometri. ‘Vai e mena!’ grido mentre si allontana. Alza il braccio per farmi capire che ha sentito.
E mi ascolta. Perché da lì in poi conquista qualche altra posizione e chiuderà la gara decimo assoluto.
Quando lo vedo oltrepassare l’arco d’arrivo, lo stesso che ho varcato io proprio il giorno prima, sospiro e la tensione scende.
Ho una sensazione di pienezza appiccicata addosso e me la godo tutta.
Questo vuol dire far parte di un team ed è una gran bella faccenda.
© riproduzione riservata

