Questa volta il nostro Stefano Pampuro, bloccato da due mesi a causa di un infortunio, ha “corso” la Mezza di Genova in un modo un po’ speciale: restando seduto nell’auto che precedeva gli atleti, e godendosi la gara dei kenyani da una prospettiva tutta particolare.

E’ passato un anno da quando salutai Toni Pena Pico in quel Carrer di Palma di Maiorca. Un anno. Giorno più, giorno meno. Mi aveva regalato un suo weekend, condividendo la sua isola e la sua famiglia con me. Di tutti i maratoneti olimpici che ho incontrato in giro per la Spagna per scrivere il mio libro, Toni è stato certamente quello con cui mi sono divertito di più. Così, dopo quella sgambata mattutina lungo la scogliera di Portocolom, il tempo è volato via portandosi dietro di tutto, meno il ricordo della nostra amicizia.
Dopo aver invitato a correre in Liguria due ex campioni del mondo di maratona, Abel Anton e Martin Fiz, era il momento di convincere pure lui, e la Mezza Maratona di Genova sembrava l’occasione adatta. Non c’è voluto niente per convincerlo, un paio di mail con gli organizzatori, e Toni, sua moglie e due amici maiorchini erano già sull’aereo diretto in Italia.
Non credo che un maratoneta capace di correre quattro maratone in carriera sotto l’ora e otto, di partecipare ad un’Olimpiade e di piazzarsi secondo alla Major di Berlino avesse mai partcipato a una competizione sportiva nel capoluogo ligure. Da oggi non si potrà più dire il contrario. Ho recuperato il quartetto sabato pomeriggio alla stazione di Brignole, un paio d’ore prima della presentazione degli atelti sul palco di piazza De Ferrari, ma ho subito capito che quelli erano più emozionati di me.
Una bella giornata di primavera
Ad accoglierli, una Genova in pieno risveglio primaverile, con un cielo azzurro e le colline rigogliose sullo sfondo. Uno spettacolo. Avrei tanto desiderato correre la mattina seguente, ma un infortunio meschino mi tiene bloccato da due mesi. Pazienza, l’importante è che gli ospiti isolani si riportino a Maiorca un bel ricordo di noi. Quando incontrai Toni per la prima volta, volli farmi raccontare tutto di quella domenica ateniese, in cui il mio eroe di gioventù, Stefano Baldini, stravinse la maratona più celebre di tutte.
E’ una storia che non mi stufo mai di farmi raccontare, come un bimbo che reclama la sua fiaba preferita prima di dormire. Con questo sole, questo torpore, tutta quell’atmosfera elettrizzante che precede un grande evento sportivo, fare bella figura è un gioco da ragazzi. Bocadasse e la sua cornice pittoresca danno il colpo di grazia alla serata, il giorno dopo ci sarà da faticare. Temevo una brutta giornata, come il 5 febbraio alla Mezza delle Due Perle, ma questa volta il risveglio è dolce.
Raggiungo la zona della partenza mordendomi la lingua ad ogni passo, darei un braccio per poter correre insieme a tutti. Comunque devo riconoscere che gli organizzatori si sono superati. Ho corso maratone in giro per l’Europa con migliaia di partecipanti, ma questa non ha nulla da invidiare nemmeno a Barcellona.

Sull’auto battistrada, un’esperienza particolare
Mi ero dato appuntamento con Toni, Bel, Daniel e Noelia dall’arco della partenza, e lì li trovo in tenuta da gara. Sono concentrati, felici, curiosi. Ho fatto del mio meglio per spiegare i dettagli del percorso, e ne hanno già visto una bella porzione il sabato precedente facendo i turisti. Quando li lascio prendere posto tra la fiumana di atleti, resto solo. Sarebbe una mattina di rimpianti se gli organizzatori non mi facessero il regalo più bello. Potrò seguire la gara a bordo dell’auto battistrada. Non ci posso credere, non ho mai partecipato a una maratona seguendola così. L’autista è un amico del presidente della società sportiva che ha organizzato l’evento, molto disponibile e simpatico.
Manca niente allo start, ci troviamo in mezzo alla strada a cento metri dalla prima fila di runners. Allo sparo i due keniani riescono a creare un vuoto di 30 mentri come se un vento magico soffiasse soltanto per loro. Sono portentosi, per poco non raggiungono l’auto alla seconda curva, finendoci addosso. Studio la loro corsa, è muscolare, efficace, fluida, praticamente perfetta. All’altezza della Stazione Principe, al primo chilometro, hanno già fatto il vuoto. Corrono a 3:03’’ al chilometro, delle gazzelle. Gli altri avversari alle loro spalle non sembrano esistere, mi sforzo a cercarli ma senza successo.
I due africani corrono spalla a spalla, a volte sembrano toccarsi, ma hanno il pieno controllo dei movimenti. Lo sguardo è immerso nello sforzo profuso, attorno a loro Genova non esiste. Con l’auto apriamo le strade deserte di un capoluogo che si è vestito a festa per la giornata, la partecipazione di gente a bordo strada è notevole, me ne rallegro. Imbocchiamo il vialone di XX Settembre a velocità folle, Marco, l’autista, mi fa notare che da quando siamo partiti non è mai sceso sotto i 22km/h. Ogni due chilometri mando gli aggiornamenti ad Andrea, uno degli organizzatori, che pubblica immediatamente le notizie sulle pagine social. Mi sento come un giornalista alla maratona di New York.
Corro insieme ai keyani
Stare su quell’auto è fantastico, per qualche istante mi pare di correre coi keniani. Ecco il lungo mare di Corso Italia, la perla del tracciato. Il mare brilla sotto il sole, prima di scivolare sotto l’orizzonte, ma i due atleti in testa forse non ci hanno manco fatto caso. Stiamo letteralmente volando per la città. In diciotto minuti abbiamo già percorso sei chilometri, dieto di noi tremila atleti stanno provando a seguirci. Arriviamo in prossimità della chiesa di Bocadasse e giriamo bruscamente in direzione contraria, dopo 300 metri intravediamo i primi inseguitori dall’altra parte della strada.
Cerco con lo sguardo, uno, due, poi tre, quattro, finalmente vedo Toni, sta correndo in compagnia di due runner della sua età. Sembra molto in forma. I chilometri passano, e i due in testa non cedono. Poco prima di imboccare la sopraelevata però succede qualcosa. Kemboi Kipglat perde il contatto da Mwangi, all’inizio uno spazio impercettibile, poi lo spazio cresce a dismisura fino a trasformarsi in un abisso all’altezza di Sampierdarena.
Alla fine di Lungomare Canepa non ci resta che fare un nuovo giro di boa, e tornare indietro da dove siamo venuti. Questa volta il Bmw su cui viaggiamo è solo per uno, gli altri si devono accontentare di guardarlo da distante. Mancano tre chilometri all’arrivo, ormai ci siamo. Il keniano riesce ancora a correre a 3:02’’, incredibile. L’altra carreggiata è ormai invasa da atleti che sicuramente termineranno la gara sotto le due ore, vedendo passare Mwangi applaudono, lo incitano come possono tra una falcata e l’altra, una lezione di sportività a tanti sport che dall’atletica hanno solo da imparare.
Veloce come una gazzella
Rivedo Toni, sa che sono a bordo dell’auto, quando mi vede passare butta uno sguardo verso di noi sorridendo, io lo ricambio col pensiero. Vai Toni, manca poco. La moglie, Daniele e Noelia purtroppo non riesco a scorgerli, c’è troppa gente e stiamo andando troppo veloci da quest’altro lato della strada. Il keniano mantiene il ritmo, io non resisto, abbasso il finestrino e sporgendomi lo incito a squarciagola.
Ormai non posso sconcentrarlo, ormai le gambe vanno da sole. E lui aumenta, non mi guarda nemmeno, ma accelera bruscamente. Ha già capito di aver vinto, il distacco è incolmabile, mancano solo 400 metri. Che campione. La nostra auto si fa da parte, lo lascia passare cedendogli la passerella. Scendendo giù abbraccio Marco, che portandomi con lui mi ha fatto vivere la maratona senza muovere nemmeno un passo. Il regalo più bello. Non mi resta che aspettare quei quattro spagnoli per sostenerli nell’ultimo sforzo, nell’ultimo grido.
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