Nelle vibranti e libere corse sulle rocce tormentate, nei lunghi e muti colloqui con il sole e con il vento, con l’azzurro, nella dolcezza un po’ stanca dei delicati tramonti, ritrovavo la serenità e la tranquillità. E l’ebbrezza di quell’ora passata lassù isolato dal mondo, nella gloria delle altezza, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia… – Giusto Gervasutti

C’è una poesia, uno sguardo alto in chi pratica l’Alpinismo, perché dietro ad ogni manovra, ad ogni materiale impiegato per la salita si nasconde un significato più profondo e intimo. É trovare un nuovo livello di senso, proprio come avviene nell’arte, dove il valore di ogni parola si amplifica nel suo divenire simbolo, nel suo essere metafora. Ne abbiamo avuto ancora la conferma, in occasione della quarta uscita del corso base di alpinismo della Scuola Orobica Enzo Ronzoni di San Pellegrino Terme.
Allo stesso modo, un fascino originale si cela nella dedizione e nella determinazione degli atleti professionisti, che investono ogni momento, ogni azione, nel miglioramento della propria preparazione psicofisica, alimentazione inclusa. Proprio su questo argomento verte l’intervento teorico del giovedì sera, regalato da Davide Milesi, maratoneta da (2:09:55) azzurro olimpico nel 1996 e atleta muldisciplinare, che con noi condivide una grande passione per la montagna. Il taglio esperienziale, che Davide sceglie per il suo contributo, permette a tutti di non sentirsi accusati, ma semplicemente informati o quanto meno incuriositi rispetto a un regime alimentare più corretto e, sicuramente, più conforme alla pratica sportiva, sia essa agonistica o amatoriale. Una prospettiva ben diversa dai panini imbottiti che girano sottobanco fra i corsisti!

Sul piano pratico pratico, c’é poi stato un ritorno alle montagne, dopo la programmata pausa di metà corso, che porta gli alpinisti in erba in vetta al monte Cabianca (2.601m) a Carona, nei pressi del Rifugio Fratelli Calvi. Rifugio che è possibile raggiungere tramite una comoda mulattiera oppure attraverso un più suggestivo sentiero, seguendo il segnavia CAI210. Obiettivo principale della giornata era quello di apprendere l’uso di piccozza e ramponi, materiali preposti alle uscite su ghiacciai e nevai, oltre alla prova pratica della progressione in conserva. Il tutto propedeutico all’escursione finale sul Gran Paradiso.
Cosa ci sarà mai di poetico in una piccozza dalla becca appuntita o nei denti affilati e sporgenti di un paio di ramponi? Lo scopriamo nei diari di vetta.

Diario di vetta di Alessandro
L’uscita sulla neve mi riempie finalmente di soddisfazione! Non solo per l’aspetto alpinistico condiviso con un istruttore-portento, non solo per il suo passo in salita o per i suoi consigli, ma anche per quel suo canticchiare che ti impedisce di prenderti troppo sul serio, oltre a darti quella tranquillità che non é così scontata quando affronti per la prima volta un pendio innevato superiore a 45 gradi. Le soddisfazioni, infatti, mi sono giunte dalla preparazione dello zaino e del materiale di Sara, svolte la sera prima dell’uscita: una scena semplicemente esilarante! Dallo studio di quale fosse la ghetta sinistra o destra e la rispettiva calzata, fino alla prova pensata, ma saggiamente non osata (solo per via del parquet) del rampone in soggiorno, il tutto condotto inspiegabilmente mentre canticchiava e storpiava L’elefante e la farfalla di Zarrillo…
A supporto avrei dettagli, fotografie e un riscontro cronometrico del tempo impiegato per riempire lo zaino, ma onde evitare ripercussioni personali, tutto ciò resterà secretato. A parte questo, il Cabianca resterà per me una sorta di bellissimo battesimo cominciato alle 8:20 – l’orario in cui di solito entro in banca – quando mi trovavo felicemente alle prese con ramponi, imbrago, moschettoni, corda e picca, dopo una sveglia puntata alle 4.30 e dopo aver già percorso un dislivello positivo di circa 1000 metri. Un ricordo, questo, registrato con quel tipico tintinnio dell’attrezzatura alpinistica, che per qualcuno potrà somigliare a quello delle pecore al pascolo, ma che per me ha la stessa magia dell’incedere della slitta di Babbo Natale.

Diario di vetta di Sara
In questa strana giornata di giugno dal cielo bianco, ritorno alla neve. Lo facciamo avanzando legati in cordata, con un passo cadenzato da gesti precisi, volti ad ottimizzare le energie e sfruttare tutta la tecnologia dei materiali a disposizione. Ogni cordata con il suo passo, con il suo tempo, con il suo stile. E se la corda si era già rivelata simbolo di un legame forte, basato sul rispetto e sulla fiducia reciproca, oggi scopriamo il valore del sostegno di quello strano attrezzo che è la piccozza.
Lungo la salita del canalino del Cabianca, ha ritmato ogni passo, così come nella traccia di discesa, è stata un sostegno presente e sicuro. Durante la prova di auto-arresto, si è poi rivelata un appiglio fondamentale in un possibile momento di grande pericolo. Credo proprio che lo spiegare la metafora che vi si nasconde risulterebbe lezioso. In vetta è uno spettacolo, nonostante le nebbie che avvolgono alcune cime, di cui mi faccio raccontare i nomi dagli istruttori.
Lontano svettano Diavolo e Diavolino, il mio piccolo obiettivo a breve, una volta terminato il corso. Ale arriva dopo aver affrontato persino un tratto di misto, con un ghigno compiaciuto che la dice lunga sulle sue sensazioni. E’ stato bravo, ma è necessario ricordargli la sua natura di uomo di pianura, perché in montagna ogni cosa deve stare al suo posto, un po’ come nello zaino.
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