“Gli alpinisti amano e rispettano i grandi spazi, la vita e l’amicizia, non il gusto del rischio. Per fare dell’alpinismo ci vuole entusiasmo, essere disposti a portare uno zaino, dormire più o meno bene, alzarsi presto, aver freddo, aver caldo, aver fame, aver sete, partire sapendo che non si può interrompere il gioco a proprio piacimento, anche se si è allo stremo delle forze. E’ molto bello, eccezionale avere a che fare con la roccia, la neve, il cielo, il sole e il vento. Ci vuole entusiasmo, ma anche lucidità; occorre cioè rapportare costantemente la propria forza morale e fisica alle difficoltà da affrontare”. Gaston Rebuffat
Sono le 03:00 quando una sveglia digitale irrompe nel camerone di 21 posti del Rifugio Quintino Sella a quota 2.640 m slm. Il trillo rompe il sonno di chi ha beatamente russato e i pensieri di coloro che non hanno potuto chiudere occhio, vuoi per il russare dei primi o per la tensione che accompagna le notti prima di ogni ascesa.
Nel torpore del sonno che ancora riempie gli occhi, i movimenti sono lenti e illuminati dai fasci di luce delle lampade frontali. Zip e fruscii rivelano che gli alpinisti stanno, a poco a poco, abbandonando i loro bozzoli notturni, per avventurarsi nel buio delle pareti del Monviso, il re di pietra.

Giunti il giorno precedente a Pian del Re (CN) ci siamo messi in marcia con passo deciso, attraversando pascoli erbosi punteggiati dagli splendidi colori di una fioritura straordinaria. Sebbene delle nubi basse si siano svogliatamente posate sulle montagne sopra di noi, il paesaggio è maestoso: distese di verde che lasciano spazio a ghiaioni e sfasciumi, rilevatori della natura insidiosa di questa roccia, dove il grande fiume italiano muove i suoi primi passi verso il mare. Il Po nasce proprio qui, a circa 2000 m di quota, nelle terre piemontesi del comune di Crissolo.

Risalendo il sentiero V13, scopriamo incastonati nella roccia dei suggestivi laghetti alpini dalle acque cristalline e probabilmente gelide, dove si attardano gli escursionisti in cerca di frescura. In fretta, raggiungiamo il rifugio che si colloca tra il lago Grande di Viso e il lago di Costagrande, nei quali si specchia la parete est della nostra meta: il Monviso. Questa montagna, simbolo del Piemonte, si caratterizza per il suo profilo riconoscibile – nei giorni di sereno – persino dalla vetta delle nostre Orobie. I suoi 3.841 m sono stati scalati per la prima volta il 30 agosto 1861 da un quartetto anglo-francese e il 10 luglio 2016 tenteremo di fare lo stesso, percorrendo la via normale che monta da sud.
Dopo aver preso posto e sistemato con cura tutto il materiale, inizia il tempo dell’attesa, tipico di un luogo come il rifugio, essendo esso stesso dedicato all’attendere. Qui si aspetta il cibo, la fine di un temporale, i compagni che tornano e il momento buono per attaccare una salita. In questo spazio sospeso, i pensieri si affollano: si studiano gli altri del gruppo per carpirne le doti e le esperienze, si incontrano persone a cui chiedere informazioni sulle condizioni della salita, si parla, si mangia, qualcuno beve e si attende. Per fortuna si ride – e ringrazio i miei compagni di salita per queste risate allegre! – in modo da stemperare la tensione palpabile.
E quando si percepisce che la notte non basterà a concedere il giusto riposo, è ora di alzarsi: il drappello di persone, più di una ventina, tutti membri CAI appartenenti alle sezioni orobiche di Zogno, Piazza Brembana, Serina, si anima. E’ tempo di decidere se affrontare la salita o se restare ancora nel sicuro tempo dell’attesa…

Diario di vetta di Sara
Non salgo. Non ho dormito, non mi sento pronta, insomma, ho paura. Meglio restare qui e aspettare gli altri. Queste sono le premesse della mia salita, ovviamente smentite l’attimo successivo, quando, con lentezza, preparo tutto per partire. Decido quindi di mettermi in cammino, almeno fino al bivacco e poi lascerò proseguire gli altri. Ale mi sorride, con tutta la dolcezza che solo lui conosce e gli altri mi trasmettono fiducia e positività: si parte. Come sempre, come in tutte le gare che tanto mi spaventavano, i primi passi m’infondono quella fiducia in me stessa che non ricordo mai di avere. La notte avvolge ogni cosa e i passi sono illuminati dal cono di luce dei 200 lumen della mia frontale. Meglio, prendo confidenza con il percorso senza farmi intimorire dall’esposizione. Camminiamo tranquilli e quando sta albeggiando, giungiamo al passo delle Segnette a quota 2.991 m, da cui ammiriamo le guglie della cima, già illuminate dal primo sole.
Al Bivacco Andreotti, Ale decide di fermarsi. Questa cosa mi spiazza. Non avevo lontanamente immaginato che potesse essere lui a dover rinunciare e non so cosa fare. Condivide con un altro ragazzo la decisione di non proseguire e tutti m’incalzano a continuare. Riparto, con un grosso peso sul cuore, perché anche riuscendo ad arrivare in vetta, so già che non sarà comunque tale senza di lui. Il percorso diviene più impegnativo da questo punto, ma nella salita mi sento sicura.

Ripenso a quanto abbiamo imparato durante il corso di alpinismo della Scuola Orobica e ogni appoggio è cercato e valutato con cura, garantendo una progressione senza intoppi fino alla cima, irradiata dai raggi di una splendida giornata sopra le nuvole. Da qui, dopo una preghiera di ringraziamento, il mio pensiero vola ad Ale e scende qualche lacrima, tra la felicità di avercela fatta e il vuoto di non essere con lui. E’ la mia prima vera cima e sento un grande rispetto per essa. Sorrido, scattiamo qualche foto, ma in cuor mio mi sentirò soddisfatta solo una volta tornati al rifugio. La discesa mi mette alla prova, soprattutto nei nevai che affronto con timore, ma tutto prosegue tranquillamente e quando ritroviamo Ale al bivacco, mi sento estremamente felice! Mi accoglie in un abbraccio e sento che i miei passi possono essere più rilassati.
Dal Monviso porto a casa la bellezza dei meravigliosi compagni di cammino che mi hanno accompagnata e mi hanno aiutata a conquistarlo. Oltre a ciò, penso di aver posto le basi per una nuova e maggiore sicurezza in me stessa: la bambina perfettina e un poco maldestra ha lasciato posto a una donna in cerca di avventure, che si riempie il cuore della bellezza sublime delle montagne.
Diario di vetta di Alessandro
Aspettavo con trepidazione di vivere il Monviso: avevo voglia di mettermi alla prova, con una montagna che per altezza e per via di salita, fosse un gradino sopra a quelle precedenti. Ero contento, rilassato e con la mentalità e la giusta preparazione legata alla Cortina Trail di due settimane prima e al test sui 2.720 metri dell’Aga, raggiunto macinando 1.610 metri di dislivello d+ abbondantemente sotto le 3 ore. Sara aveva la mia stessa preparazione, ma non la stessa convinzione: “Ce la farò?”, “Non mi conviene restare in rifugio?”, “Non so se salire…” erano interrogativi che spesso mi aveva posto nell’ultima settimana e che per ultimo mi aveva posto appena sveglia. Se questo era l’attesa, il resto è stata una bella e lunga salita, con un bel gruppo variegato per sesso ed età, animato dal motto “Su, bene!” che ci ripetevamo sin dal giorno prima e composto da persone con più esperienza di noi, tanto preparate quanto generose ed attente. Malgrado questo contesto ideale, una volta prossimo ai 3.000 metri però, qualcosa nel mio organismo si è inceppato, obbligandomi ad un precauzionale ma sensato stop al Bivacco Andreotti a 3.225 metri. Una scelta giusta, perché il meteo era previsto in peggioramento nel pomeriggio, perché mancavano ancora 600 metri di dislivello, perché avrei messo in difficoltà ed in apprensione il resto del gruppo. Certo, è spiaciuto vedere Sara in lacrime e non ritrovarmi nelle foto di vetta, ma è bello averci provato… Ed è bello anche sapere che la mia gioia, non trovando sfogo nella vetta, è ugualmente maturata dopo 4 pazienti ore d’attesa, nel momento in cui ho rivisto ricomparire colei e coloro, che mi auguro, possano essere al mio fianco nella prossima escursione, nella prossima vetta!
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