Un personal best conquistato metro dopo metro, soffrendo fino alla fine. Con la certezza di avere accanto amici fidati: al fianco Jose, che tiene il passo.

Mi sono lasciato Napoli alle spalle l’ultima volta in una domenica d’agosto del 2012. Dai binari della stazione, il centro Direzionale, Gianturco e Piazza Garibaldi scomparivano alle mie spalle lasciandomi come ogni volta una lieve sensazione di tristezza. Io ho sempre detto che Napoli non è per tutti, le città estreme o si amano o si rigettano, e io senza dubbio Napoli l’ho sempre amata. Sono rari i luoghi così ricchi di storia e cultura come questa città, con patrimoni artistici e capitali intellettuali di tale calibro, e con panorami e scorci naturali che sembrano frutto dei migliori pittori.
Quando la riabbraccio sono passati più di tre anni, ma mi accoglie con la stessa emozione di quando la lasciai. Questa non è una città che va visitata, questa è un’anima che va vissuta, per capirla, tra tutte le sue contraddizioni e le sue risorse. Quando mi è stato proposto di correre la mezza maratona di Napoli, mi sono subito dimenticato dell’idea che mi ero fatto di correre quella di Kiel, in Germania, perché sentivo troppo il bisogno di rivedere il Golfo, il Vesuvio, e rincontrare tanti volti amici.
E’ la prima volta che vengo a correre qui, mi sembra un’esperienza fantastica perché in fondo da Napoli ho sempre preso, e correre mi sembra un bel modo per omaggiarla dei tanti bei momenti che mi ha regalato. Questo è il secondo appuntamento dell’anno di mezza maratona a cui mi presento. A novembre era stata la volta delle 13 miglia di Conwy, nel Galles settentrionale, e questa gara è il mio banco di prova per testare quanto valgo a metà stagione, esattamente due mesi e mezzo prima della terza mezza maratona che mi aspetta nei Paesi Baschi.
Il 15 maggio è la data che aspetto da tutto l’anno, la gara per cui mi sto allenando con tanti sforzi e sacrifici, e in cui spero di abbattere il muro dell’ora e venticinque. Ma tra me e Vitoria, ci sono 21 chilometri che da Piazza Plebiscito si snodano lungo un percorso pianeggiante verso Corso Umberto, per tornare indietro e calcare Lungomare Caracciolo fino quasi allo Stadio San Paolo. Ho avuto la fortuna di non dover spendere nemmeno un secondo per studiare il percorso, perché conosco le sue strade e i suoi vialoni come se ci avessi abitato da sempre. Mi preoccupano solo due cose: il fondo pavimentato che contraddistingue tantissime città del nostro Meridione, e il forte vento previsto, che poi in realtà scenderà su Napoli picchiando duro, ma dopo il tramonto, e soprattutto dopo la gara.
Fortunatamente però anche il primo punto risulta meno grave delle previsioni, perché dopo tutto si tratta di un pavè qualitativamente buono, senza irregolarità, su cui la falcata non perde d’intensità. Che strano effetto passeggiare per i quartieri spagnoli e per Via Toledo con quella concentrazione pre-gara, proibendomi di entrare in una pasticceria o di concedermi una birretta in uno dei bar della vivacissima piazza Bellini. A me, che a Napoli mi sono concesso più di un capriccio, tra viaggi di piacere e trasferte calcistiche, tornarci con delle limitazioni fa un effetto strano.
Con Jose, il mio compagno di viaggio, abbiamo prenotato un piccolo appartamento a dieci minuti da Piazza Plebiscito, e dopo aver ritirato il pacco gara lo accompagno a vedere un bel tratto del percorso. Cala la notte su Napoli, e la città si accende. La vita notturna non è da meno che a Barcellona, anche se ad ogni angolo del centro storico non riesco a fare a meno di ammirare la sua autenticità, ma allo stesso tempo la sua incuranza nell’accogliere il turista.
Io so apprezzare i murales dipinti sui muri consumati delle chiese antiche, i panni stesi tra le finestre dei vicoli, i motorini che sfrecciano per le zone pedonali, come a rimarcare che il quartiere appartiene a chi ci abita, e non a chi lo visita. Ma un turista sarebbe capace di fare altrettanto? Rincasiamo sul presto, lasciandoci dietro una baraonda colossale che da Spacca Napoli percorre un rione dietro l’altro, fino ai quartieri bene del Vomero, e ancora più su, dove il Castel Sant’Elmo troneggia su un milione e mezzo di abitanti.
La mattina dopo il tempo è clemente, non soffia vento, e soprattutto non piove. Il clima ci ha sorriso, ancora una volta.Questa è la mia quinta mezza maratona, due anni e dieci giorni dopo la prima, e in ognuna sono riuscito ad abbassare il tempo, ma so che questo trend prima o poi si dovrò interrompere… basta un percorso leggermente in salita, una giornata no, o semplicemente aver raggiunto il massimo. Ma questi sono i “rischi del mestiere”, per scoprirlo bisogna provarci.
Arrivo a Napoli ottimamente allenato, col mio allenatore Gianpiero abbiamo fatto un bel lavoro progressivo e paziente. Una media di sessanta chilometri a settimana, lunghi, ripetute e palestra… non mi ha risparmiato niente. Nonostante ci dividano fisicamente più di mille chilometri di distanza, è come se fosse stato sempre con me sulla pista del Montjuic in ogni allenamento. Ci sistemiamo alla linea di partenza appena tre metri dietro i più forti. Lo start alle 8.35 rompe gli indugi, in 1.300 partiamo simultaneamente, scremandoci lungo Via Toledo e formando piccoli gruppetti già all’altezza del Maschio Angioino.
Che bella che è Napoli, penso, con i passanti mattinieri che fanno il tifo da dietro le poche transenne sparse lungo il percorso. Non mi arrabbio manco per la mancanza della segnaletica che normalmente indica i 21 chilometri, obbligandomi a chiedere a Jose i parziali del suo gps. A Napoli funziona così, meglio concentrarsi sulla corsa. Vedo che le gambe stanno bene, teniamo un ritmo poco sotto i quattro minuti a chilometro, sfruttando un falso piano preso in direzione favorevole, e riusciamo ad agganciare un gruppetto di tre atleti a una ventina di metri davanti a noi. Viaggiano a un ritmo un po’ troppo forte per me, preferisco sganciarmici dopo 2.000 metri per non fare danni, anche perché faccio la gara sul tempo, non su di loro.
Tutto funziona bene, fisico, fiato, gambe, e le nuove Asics super leggere mi facilitano la frequenza delle falcate. Comincio a soffrire al chilometro 14, quando imbocchiamo il tunnel di Fuori Grotta, completamente buio e con una pendenza odiosa. Ricordo che Stefano Baldini aveva corso i 10 chilometri di salita prima di entrare ad Atene in frequenza, accorciando la falcata ed aumentando l’appoggio a terra, e so che è il metodo migliore per non farsi piegare dalla pendenza.
Tengo duro, mettendomi a ruota di Jose e altri due maratoneti sulla cinquantina che ci precedono. Al terzo rifornimento sono così stanco che pur afferrando una bottiglietta d’acqua, non riesco a deglutire. Proprio mentre la getto a terra, dalla carreggiata opposta vedo i primi che stanno già tornando indietro. Viaggiano a un ritmo di poco superiore ai 3 minuti al chilometro, sembra che non tocchino nemmeno l’asfalto. La loro tecnica è raffinata, sembrano nati per correre, via, leggeri come l’aria, nati per stare lì davanti.
Proprio in quel momento ripenso ad Andrea Bifulco, il grande (e giovane) atleta che purtroppo ci ha lasciati qualche mese fa. Lui sì che era un campione, lui sì che avrebbe potuto correre insieme a quegli africani e batterli. Grande Andrea, me lo ricordo sempre sorridente, sempre positivo, con una voglia matta di vivere, veloce come il vento quando mi sfrecciava accanto a Villa Gentile, a Genova. Ha sempre avuto belle parole per me, Andre, mi spronava a mettercela tutta e trovava sempre il modo per farmi sentire importante.
La maratona fa parte del viaggio della mia vita, ma se corro è anche perché una domenica di aprile di 11 anni fa un bianco teneva testa agli africani, ed entrava nello stadio di Sturla insieme a loro. Corro anche per Andrea, perché mi piace pensare che oggi mi stia guardando e mi stia spingendo a non mollare. No, non posso proprio deluderlo, con che faccia potrei fermarmi e gettare la spugna? Cosa penserebbe? Ma la fatica è estrema, mi ritrovo di nuovo sul lungomare, e Castel dell’Ovo mi sembra irraggiungibile.
Tengo duro, Jose ancora una volta è preziosissimo, tiene un ritmo regolare, tre secondi sopra i 4 minuti a chilometro, sì, con questo passo è ancora personale. Si tratta solo di mettere un piede dietro l’altro, non è nemmeno necessario aumentare, le gambe dopo un’ora e venti girano da sole, devo solo dimenticarmi che sto faticando. Penso a tutto, ad ogni cosa, ad Andrea, alla bevuta che mi aspetta all’arrivo, a Ischia, che si intravede dietro le nuvole al largo.
All’altezza di Chiaia sento che non ce la faccio più, sono al limite, e mi giuro che è l’ultima mezza maratona che corro. E’ la quinta volta che me la racconto, ormai non ci credo manco più. Arrivo al Castello dell’Ovo, ci siamo, ancora un piccolo sforzo, davanti a me solo quattro atleti che ad occhio e croce ci precedono di 7 o 8 secondi. L’ultima salita di 100 metri è infernale, la supero sputando l’anima, ripenso ad Andrea, ormai è questione di non inciampare, non guardo manco il cronometro, taglio il traguardo rompendo la smorfia di dolore con un piccolo sorriso. Un bravo fotografo mi ha concesso il piacere di cogliere proprio quell’istante prima che crollassi a terra. Un tempo dignitoso (1.26.01), e il mio pensiero sale in cielo, al mio amico Andrea che ci ha lasciato troppo presto. Ha corso insieme a me ogni metro, non mi ha lasciato mai solo.
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