Termina qui il racconto di Massimo Brighindi sulla sua esperienza alla 100 Km del Sahara. Nonostante uno stop forzato a causa della caviglia, anche lui conclude la gara.
Come vi avevo raccontato nell’ultimo articolo, ero davvero messo male. Raggiungo la tenda dell’infermeria quando già mi son convinto ad abbandonare. Il dolore è forte, non posso andare avanti, parlo con la dottoressa e lei addirittura si complimenta con me per la decisione. Mentre esamina la mia caviglia – ed è proprio brutta – mi rendo conto che sto rischiando davvero tanto.
In questi momento il pranzo ha un effetto rilassante, è proprio vero che a stomaco pieno si ragiona in modo diverso. Un pochino di sole mi aiuta, respiro profondamente, metto in ordine i pensieri e vado in giro per il campo alla ricerca di qualche responsabile della gara, per comunicare il mio ritiro. Gli uomini dello staff mi circondano, si informano del mio problema e… sbuffano! Sì, sbuffano. Li guardo interdetto, quasi non capisco il loro messaggio.
L’organizzatore mi rassicura: «Non si fanno prigionieri. Vi porto tutti a casa con la medaglia in tasca». Continuo a non capire. Lui tira fuori dalla tasca il libricino del regolamento, e mi spiega che posso “rinunciare” a una tappa, farmi accreditare il tempo dell’ultimo classificato più un ora di penalità. Non ci posso credere…posso ancora fare parte del gruppo.

Sì, perché a questo punto m’interessa solo non deludere i miei compagni di viaggio. Guardo il programma esaminando le tappe successive. Quella sera sono previsti 7 km notturni, oltre ai 16 già fatti. Camminando posso farcela, mi dico, sono solo 7 in fin dei conti. Visualizzo il lungomare di casa mia, più o meno della stessa lunghezza. Posso farcela!!!
Il solo suono di queste due parole mi ricarica di energia. Zoppicare di notte in giro per il Sahara con una bellissima luna piena è un esperienza quasi mistica. Ogni tanto provo qualche passetto di corsa, ma la caviglia sembra proprio urlare: «basta, lasciami in pace!».

Alzando lo sguardo, di fronte a me una lunghissima scia di lucine: sono i miei compagni con le loro torce. Che spettacolo! Vado avanti. Concludo. Anche questa è fatta. E domani c’è la maratona: 42 km. Rilassato in tenda, con un bel bicchiere di vin brulè, in ottima compagnia, mi guardo la caviglia. Quasi a chiederle cosa si sente di fare. Sarà l’alcool, ma mi sembra che risponda: «Non se ne parla amico!». Vabbè, vuol dire che quei 42 km me li farò sulla jeep, su e giù per le dune. Sarà comunque una bella esperienza.
Così faccio. Arrivo al campo successivo, e ho il tempo di osservare tutto il “dietro le quinte”. Di godermi lo spettacolo dello staff indaffarato a montare tende e attrezzature prima che arrivino i podisti. È quasi un peccato che il resto della truppa non possa vedere quanto sono bravi e che lavoro di organizzazione c’è dietro questa corsa.
Arriva il camion che trasporta le borse, e io mi metto a cercare i bagagli dei miei compagni di tenda per farglieli trovare già pronti. Poi li attendo uno per uno al traguardo, e intanto abbraccio tutti. Sudore e lacrime si mescolano alla sabbia che ho addosso. Siamo tutti sfatti. Gli arrivi si prolungano nel corso della giornata. Il pranzo si unisce alla cena. Il pensiero dell’ultima tappa, di quei 21 km finali che porteranno davanti all’ingresso dell’hotel, non è cosa da poco. Ma l’idea della doccia calda è nuova benzina per tutti. Neanche l’incessante pioggia della notte e del mattino successivo ci distrae dal nostro pensiero fisso: saremo “finisher”.
La caviglia il mattino dopo sembra sgonfia. Il giono di riposo le ha proprio giovato. Il cuore mi si allarga al solo pensiero di poter finire degnamente la gara. Al via sembra di essere su una spiaggia nordica: grigia, cupa, senza un raggio di sole. Corro in compagnia di chi mi è stato vicino per tutto il tempo, nonostante io abbia più “birra” per via del mio riposo forzato, Non mi sento di tagliare il traguardo senza l’immancabile foto mano nella mano con chi ha scelto di condividere quell’esperienza con me. So già che quella foto sarà conservata tra le più care della mia vita.
Gli ultimi 8 km sono sofferenza pura. Dune a salire a perdita d’occhio, con il vento contrario che soffia a 100 km orari. Ma il traguardo è là. Zitta, caviglia. Passerò anch’io sotto quel gonfiabile…

3 – fine
© riproduzione riservata

