Max Marta ha incontrato Omar, ultra runner con la passione per i deserti di ghiaccio. E, in vista della sua prossima avventura all’Iditarod, si è fatto raccontare come si affrontano queste imprese estreme.
E’ fantastico parlare con una persona che non hai mai incontrato prima e scoprire – nel corso della chiacchierata – di condividere le stesse passioni, esperienze, avventure e soprattutto lo stesso approccio verso le imprese estreme. Questo è quello che mi è successo quando ho telefonato ad Omar, ex-professionista delle truppe Alpine con incarichi speciali, Ultra Runner Finisher all’UTMB, alla LUT, al Cro-Magnon nonché titolare di un Box Cross-Fit a Saronno. Mi sono messo in contatto con lui perché avevo letto un bell’articolo in cui raccontava la sua esperienza in Alaska. E così, preso il coraggio a quattro mani, ho cercato il suo contatto e l’ho chiamato.
Il deserto bianco
Grazie ai racconti di un amico, Omar si è appassionato alla Yukon Ultra e ha deciso di andare con lui alla versione di 300 miglia e che sono riusciti a completare con successo. E’ nato così l’amore per il deserto bianco. Quella strana passione per gli spazi infiniti -non importa se sono deserto, oceano o pianura di ghiaccio- dove lo sguardo si perde nell’orizzonte. Per poter attraversare questi luoghi così complessi e difficili è necessaria una preparazione metodica e la massima attenzione ai dettagli. E questo viene più facile se si è da sempre abituati ad affrontare gli eventi della vita con la stessa metodologia e devozione.

Vista la mia prossima partecipazione all’Iditarod Trail Invitational, ho chiesto ad Omar alcuni consigli e suggerimenti, considerando che lui -oltre ad aver completato la Yukon- ha anche partecipato alla IditaSport, che si sviluppa praticamente sullo stesso tracciato dell’Iditarod. Siamo quindi subito passati a discutere i dettagli delle sue due avventure. E sono questi dettagli che vorrei condividere, perché ritengo facciano parte del fascino di queste “Outdoor Adventures”, che chiamare gare è oltremodo riduttivo.
La pulka
La caratteristica di queste avventure nell’estremo nord è che si affrontano trainando una slitta, o pulka, o sled. La slitta contiene tutto il necessario per i giorni in cui si resta “confinati nell’ignoto”. Il peso della pulka oscilla tra i 22 e i 25 chili in relazione alla lunghezza ed è comprensivo del materiale essenziale alla sopravvivenza. Sulla slitta si carica solitamente un sacco impermeabile agganciato con dei moschettoni o con dei tiranti e reti elastiche. All’interno si posiziona: cibo, fornello per sciogliere la neve e scaldare il cibo, thermos, ciaspole, ramponi, sacco a pelo, sacco da bivacco, materassino isolante e altri oggetti. Ma attenzione: qui non c’è materiale obbligatorio! Volete sopravvivere nel deserto di ghiaccio? Beh non aspettatevi che gli organizzatori vi diano consigli o suggerimenti. Il sito dell’Iditatod lo dice chiaramente: se avete bisogno di indicazioni su come sopravvivere a queste condizioni, allora forse siete nel posto sbagliato, ci sono altre gare più adatte a voi, non questa!
Omar ha usato un sacco da 120 litri agganciato con 4 moschettoni. Io invece alla Rovaniemi 150 avevo un sacco da 80 litri, ma ugualmente ben assicurato con tre elastici colorati con ganci identici a quelli che usava mio papà per il portapacchi sul tetto della sua Fiat 124! Ma Omar aveva anche una tenda minimalista, ignifuga, da 1,6kg e con due ingressi: uno per posizionarci il fornello stabilizzato da un pianale in legno, l’altro per entrata e uscita…alla mia osservazione di perché non un semplice sacco da bivacco, Omar ha risposto che la tenda dà più un’idea di casa, di rifugio sicuro. Ecco cosa mi piace di lui: cerca anche nelle condizioni più estreme di vivere in un modo autentico.
Amore per l’avventura
Come me Omar ha fatto tantissime Ultra Trail. Ma adesso ha deciso di indossare il pettorale solo in rare occasioni e dedicarsi di più all’avventura, alla scoperta. “Vedi, io adesso preferisco fare un altro tipo di esperienza. Preferisco trovare vie diverse d’accesso alle cime, trovare altri percorsi” mi dice, e qui davvero mi riconosco nel suo percorso.
Torno a farmi e a fargli mille domande su queste imprese estreme! Come hai fatto per l’acqua?
E il percorso di queste gare? Spesso non è tracciato, allora anche questo argomento andrà affrontato.
E se si elimina il cambio di abiti: come ci si veste per stare al freddo per due/quattro/dieci giorni?
Si corre o si cammina?
Che scarpe si usano?
Eh sì!! Mi accorgo ce n’è abbastanza per un secondo report.
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