Ecco la seconda puntata del racconto di Monica Nanetti, che ha inforcato la bicicletta a Vienna e ha pedalato fino a Milano. Se ce l’ha fatta lei…
Eravamo rimasti a Salisburgo: nel senso che, nello scorso articolo, avevo interrotto qui il mio racconto del viaggio in bicicletta “Da Vienna a casa” che ci ha portato, nell’ambito del progetto “Se ce l’ho fatta io”, nell’arco di 23 giorni e lungo 1.659 km, dalla capitale austriaca fino a Milano.
Un “giro di boa” importante, perché a Salisburgo incomincia la celebre ciclovia dell’Alpe Adria che porta – attraverso 420 km di strada – fino al mare di Grado, in Italia, e che, nel 2015, ha ricevuto il titolo europeo di “ciclovia dell’anno”: riconoscimento meritatissimo, perché si tratta di un itinerario davvero spettacolare, vario, ben tenuto, ricchissimo di punti di interesse e di strutture di accoglienza e di appoggio.
Non prendetela sottogamba
Non fate però l’errore che ho fatto io, e cioè quello di prenderla sottogamba: un errore giustificato dal fatto di aver avuto indicazioni da colleghi, amici e conoscenti che l’avevano già fatta e che, senza essere particolarmente sportivi e tantomeno appassionati ciclisti, si erano limitati a raccontarmi le meraviglie del tragitto.
Il che mi ha fatto pensare a un percorso di tutto riposo (“se ce l’ha fatta lui/lei…”). Ho capito solo dopo, però, che i miei informatori avevano sì pedalato lungo la ciclovia, ma a bordo di e-bike a pedalata assistita. Dettaglio questo – senza nulla togliere a questi piacevolissimi mezzi di trasporto, su cui io stessa mi sono molto divertita pochi mesi fa – che rende le cose parecchio diverse, rispetto a spingere sui pedali della Poderosa (la mia Specialized Sequoia Elit) con 10 kg di bagaglio.
Insomma, la strada è splendida, ma i Tauri sono alti, mannaggia a loro. È vero che nel punto più elevato del percorso c’è un treno-navetta che trasporta auto, bici e passeggeri attraverso 8 km di tunnel e che da Böckstein, nel salisburghese, ti fa sbucare in Carinzia, a Mallnitz; ma per arrivare alla stazioncina ferroviaria devi prima superare salite come quella del Passo Lueg (breve ma ripida), i tunnel in condivisione con strade ad alta percorrenza (sicuri e protetti, ma gelidi, bui, rumorosi e pure loro in salita) e soprattutto l’attraversamento di Bad Gastein.

Bad Gastein, un paese in salita
Paese, quest’ultimo, davvero stupendo, incastonato tra i monti e immerso nel verde, con tutto il fascino un po’ fané delle vecchie cittadine termali fin de siècle e con una grande e spettacolare cascata che scroscia in pieno centro. Se non fosse, però, che è un paese che si sviluppa completamente in verticale, con una serie di salite e di strappi davvero infernali. Ho percorso almeno 3 km spingendo la bici a mano e ammazzandomi di fatica.
E qui aggiungo una breve nota tecnica per quelli, come me, che viaggiano seguendo le tracce gpx dal telefonino e che da dette tracce ricavano anche le altimetrie: non fidatevi di quelle che si scaricano dal sito della ciclovia. Nel senso che il percorso è perfettamente affidabile (e comunque è segnalato molto bene anche con cartelli); le altimetrie invece non seguono il tracciato, ma il profilo della montagna: con il risultato che vi indicano una salita di millemila metri dove c’è invece il tunnel, e in compenso fanno sembrare praticamente piatte delle rampe non indifferenti.
Comunque, una volta che si arriva in Carinzia, è tutta in discesa, e non solo in senso metaforico: tra prati fioriti, placide mucche e ameni paesini si attraversa Spittal e si arriva a Villach, ormai in vista dell’Italia.
Austria ciclabile, una fama meritata
Prima di passare al racconto di quello che ho trovato nella madrepatria, però, qualche piccola considerazione conclusiva per quanto riguarda l’Austria, e in particolare l’Austria in bicicletta: dopo averla traversata in lungo e in largo, posso dire che la sua fama di “paradiso dei cicloturisti” è assolutamente meritata.
Le piste ciclabili sono ovunque, ben tenute, ben segnalate e ben collegate; e anche nei (pochissimi) tratti in cui ci si trova a condividere la sede stradale con gli automobilisti, il rispetto per chi pedala è assoluto. In più ci sono tutte quelle piccole strutture e comodità che rendono la vita più facile a chi viaggia su due ruote: fontanelle d’acqua potabile lungo i percorsi, portabici fuori da bar e ristoranti, alberghi che offrono senza problemi un comodo parcheggio per la notte.
E poi, più in generale, la pulizia, l’ordine, il rispetto della “cosa pubblica” sono concetti abituali anche nei paesini più remoti; come pure la tranquillità e la sicurezza che ti permettono di girare senza l’ossessione che ti rubino la bici o le borse appena giri l’occhio (noi abbiamo stabilito il record dimenticando vicino a una fontana uno zaino con soldi, cellulare e documenti vari e ritrovandolo alcune ore dopo perfettamente intatto).
Senza contare un’ottima cucina e vini altrettanto eccellenti (per non parlare della birra, che è scontato): tanto da farci decidere di modificare il nome originario del nostro viaggio, che da un asettico “Da Vienna a casa” si è trasformato in un godereccio “Dalla Sacher al risotto”. Insomma: grazie, Austria: ci hai accolto con calore e ci hai regalato splendide giornate di viaggio.
Sul percorso della ferrovia
La parte italiana della ciclovia dell’Alpe Adria, comunque, non è certo da meno. Anche perché soprattutto nella prima parte ha uno sviluppo spettacolare, essendo stata ricavata dalla vecchia sede ferroviaria, ormai dismessa, della “Pontebbana”: ponti in ferro, gallerie, stazioncine old fashion ristrutturate e riconvertite in bar-ristoranti, ostelli e ciclofficine (imperdibile quella di Chiusaforte). Detto questo, per quanto mi riguarda la scoperta più straordinaria di questa parte di viaggio riguarda il Friuli Venezia Giulia e i friulani, di cui mi sono innamorata senza riserve.
Già, perchè – colpevolmente – non conoscevo quasi nulla di questa regione e dei suoi abitanti: persone che hanno un senso di identità decisamente raro, che sono fieri delle proprie radici e che con altrettanta fierezza si identificano nella storia – remota e recente – di un territorio tanto bello quanto tormentato; in Friuli mi sono sentita accolta con calore, ho ascoltato storie di persone e di luoghi che mi hanno lasciato a bocca aperta, ho apprezzato luci, colori, sapori. In sintesi, faccio prima a dirvi alcuni dei posti ho attraversato e che mi hanno lasciato una gran voglia di ritornare e di scoprire ancora meglio ciò che ho visto di passaggio:
– Tarvisio e i suoi dintorni, dove vive una fauna straordinaria e dove si sta facendo un grande e faticoso lavoro di tutela di questo patrimonio: lo spiega benissimo Paolo Molinari, noto come “assessore agli orsi” (il titolo ufficiale è in realtà quello di Consigliere comunale con delega alle Politiche per la Montagna e alle Risorse Naturalistiche), che mi ha raccontato di come ad esempio ci si stia impegnando tra mille problemi e difficoltà per la conservazione di specie presenti sul territorio, come una moltitudine di cervi, un bel gruppo di orsi bruni e addirittura – caso unico in Italia – una piccola colonia di splendide linci, ormai rarissime in tutta Europa. Con risultati a volte anche un po’ surreali, come le immagini di un orso riprese dalla telecamera di controllo della caserma dei Carabinieri, nella centralissima via Roma, mentre una notte se ne va a zonzo per il paese. E le sorprese di questo piccolo centro, all’incrocio di tre paesi (Italia, Austria e Slovenia) con differenti linguaggi e culture, non sono finite: festival e concerti con nomi del calibro di Ben Harper e 2Cellos; un santuario, quello dei Monti Lussari, dalla posizione eccezionale; feste e iniziative varie; gare di coppa del mondo femminile di sci alpino…

– Venzone, un piccolo gioiello circondato da mura medievali, che ho scoperto essere monumento nazionale: nel senso che a essere considerato un monumento non è solo un palazzo o una chiesa, ma proprio tutto il paese nel suo insieme. Qui, con la guida di Aldo, bravissimo e preparatissimo responsabile dell’ufficio turistico locale, ho visitato il museo dedicato al terremoto del 1976 e soprattutto alla sua gente: una storia davvero speciale. Gente che non si è lasciata abbattere da un evento disastroso (e questo è già straordinario), ma che ha saputo trovare la forza di rialzarsi anche quando, quattro mesi dopo, un secondo terremoto ancor più violento del primo ha cancellato in pochi minuti tutto il faticosissimo lavoro di ricostruzione di cui si iniziavano a vedere i primi frutti. Gente che ha deciso del proprio destino con fierezza, dignità e determinazione, che ha saputo sostenersi a vicenda, che ha trovato soluzioni e guardato al futuro quando intorno c’erano solo macerie, che è riuscita, alla fine, a creare un patrimonio positivo di esperienze e competenze da un evento così dirompente e drammatico (si capisce che mi sono commossa, durante la visita?)

– Udine, perché mi sono strafogata di cibo e vino e di conseguenza non sono riuscita a vedere gli affreschi del Tiepolo (capìtemi, era una questione di priorità, e la fame quanto si pedala è tanta…).
–Aquileia con la sua basilica, i suoi mosaici e le sue memorie millenarie, che non basta certo una visita di qualche ora per comprendere e apprezzare.
–Grado con la sua laguna e i suoi casoni…
Ma a questo punto siamo arrivati all’ultima parte del nostro viaggio: quella che ci ha visti impegnati sulla Via Postumia e che vi racconterò nel prossimo articolo. Intanto, però, datemi retta: se avete un po’ di tempo, fatevi un giro in Friuli, perché quello che ho visto è ammirato è solo la punta dell’iceberg.
© riproduzione riservata




