Eccoci all’ultima parte del mio viaggio “Da Vienna a casa – dalla Sacher al risotto”, che mi ha portato ad attraversare in bici, lungo 1700 km e in 23 giorni, un bel pezzo di Europa.
Esperienza splendida e raccomandabilissima a chiunque abbia anche solo un decente grado di forma fisica, come spiega il titolo dell’intero progetto di cui questo viaggio fa parte: Se ce l’ho fatta io
Nello scorso articolo ci eravamo fermati a Grado, al termine della Ciclovia dell’Alpe Adria; che sarebbe stata poi la meta originaria del mio progetto, dopo poco più di 800 km di viaggio.
Invece, alcuni mesi fa, frugando sul web ho trovato una cosa che mi è sembrata un segno del destino e che mi ha fatto rivedere tutti i programmi: la Via Postumia. L’idea è nuovissima, la strada invece è molto antica: del 148 a.C. , per la precisione, quando il console romano Postumio Albino decise di costruire una strada tra due dei più importanti porti dell’epoca: Aquileia sull’Adriatico e Genova sul Tirreno.
Un tracciato dimenticato
Nel corso dei millenni questo tracciato che taglia il nord Italia da est a ovest è andato perdendosi e confondendosi con i mille nuovi percorsi che hanno solcato la pianura, anche se – di tanto in tanto – risbucava inaspettatamente in alcuni punti della toponomastica locale (di “via Postumia” sono pieni i paesi del Friuli e del Veneto) o in tratti di splendido basolato romano (quelle vie antiche fatte a lastroni, che portano ancora i segni dei carri di 2000 anni fa e che, se percorse in bicicletta, assicurano un male al sedere memorabile).
È così che qualche anno fa ad Andrea Vitiello – matto quanto basta per concepire e mettere in pratica in progetto del genere – è venuto in mente di ricostruire questo percorso, che dall’est dell’Italia porta in direzione di Santiago di Compostela. Ne è nato un nuovo cammino che in oltre 900 km attraversa lentamente 6 regioni toccando città d’arte, borghi storici, riserve naturalistiche (nonché ben 9 siti Patrimonio UNESCO).
Insomma, mi è sembrata un’occasione da non farsi scappare: perché non tornare a casa percorrendo la Via Postumia fino a Piacenza, deviando poi (in contromano) sulla Via Francigena fino a Pavia e rientrando a Milano seguendo il Naviglio? Certo, in questo modo la lunghezza del viaggio è esattamente raddoppiata, ma già che sei in giro…
Bici in barca
Eccoci quindi di nuovo in marcia: seguendo il geniale consiglio di un’amica friulana, per evitare di ripercorrere all’indietro il cammino fino ad Aquileia, da Grado abbiamo caricato le nostre bici su una barchetta che ci ha trasportato attraverso la laguna (costeggiando isolette suggestive e affascinanti “casoni” tipici di questi luoghi) fino a Marano Lagunare, una piccola e allegra cittadina di pescatori a pochi chilometri da Latisana, dove abbiamo iniziato la nostra avventura seguendo le frecce gialle della Via Postumia; frecce e indicazioni rigorosamente spennellate a mano da infaticabili volontari su pali della luce, muretti, retri di cartelli stradali.
Perché, è bene sottolinearlo, tutto questo cammino è nato e sta crescendo unicamente grazie all’attività di pochi entusiasti volontari, che hanno studiato il percorso, lo hanno tracciato, lo hanno riportato su tracce gps, hanno creato una rete di strutture convenzionate dove dormire e mangiare, hanno realizzato un sito multilingue che raccoglie tutte le indicazioni. Il tutto senza chiedere né ricevere un euro da chicchessia; al massimo, quello che viene accettato con piacere è un aiuto in termini di pennelli e latte di vernice gialla.
Un’autentica scoperta
Ho usato poco fa il termine “avventura” non a caso, perché dall’inizio della Via Postumia il nostro percorso ha assunto caratteristiche molto diverse rispetto alla strada già fatta. Una differenza non solo pratica, ma anche e soprattutto concettuale, che mi ha permesso – di pari passo con l’attraversamento di luoghi bellissimi – anche di fare alcune riflessioni sul viaggio in generale e sullo spirito con cui lo affrontiamo. Potrei andare avanti a parlarne e a scriverne per ore e ore, quindi onde evitare di massacrarvi tenterò di sintetizzare gli elementi fondamentali in pochi punti.

– I luoghi attraversati, che non proverò neanche ad elencare: in quasi 800 chilometri le cose belle, sorprendenti e straordinarie sono davvero troppe e sarebbe necessario un articolo o due per ciascuna tappa. Mi limiterò a dire che lungo questo percorso, accanto a città celebri e località rinomate (come Treviso, o Piazzola sul Brenta con la sua splendida villa, o Mantova con i suoi laghi e i suoi palazzi, o Sabbioneta, o Cremona….) ci sono anche e soprattutto dei gioielli sconosciuti ed emozionanti: la grande piazza con il colonnato circolare di Badoere, che appare nel bel mezzo di una pianura deserta come una visione onirica; il “cimitero dei burci” lungo il Sile, un’ansa del fiume dove decine e decine di barconi in legno sono stati dismessi e abbandonati e ora si stanno disgregando lasciando visibili solo i loro “scheletri” anneriti dal tempo; gli argini dei fiumi che ti fanno procedere sospeso tra acqua, cielo e terra, sempre uguali ma sempre diversi (per inciso, mi sono tolta lo sfizio di contarli: da Vienna a Milano abbiamo costeggiato la bellezza di 28 corsi d’acqua); le pioppete e le foreste popolate da leprotti e fagiani, volpi e ramarri. E questa è solo una minima parte di ciò che abbiamo visto e attraversato; ma, come dicevo, un elenco sarebbe inutile e noioso: andateci, che fate prima.

–Gli incontri, che in un viaggio di questo tipo hanno sempre qualcosa di straordinario: dal vicino di tavolo dell’osteria sperduta lungo il Po, che ti sente chiedere inutilmente un’insalata e per non lasciarti a bocca asciutta si alza da tavola e te ne va raccogliere una ciotola direttamente dall’orto di casa sua, fino ad altri pedalatori ancora più matti di te, come quel Federico Marangoni incrociato poco prima di Pavia mentre percorreva la Francigena da Aosta a Roma in sella a una Graziella. E anche se è già stato detto molte volte, è bene ripeterlo: girare in bicicletta fa di te un interlocutore aperto, amichevole, simpatico, nei cui confronti le persone sono più facilmente ben disposte e accoglienti. Una magia che non smette mai di sorprendermi.

–Il tracciato, che merita un chiarimento importante: non è cosa per tutti. Non tanto nel senso di forma fisica, quanto piuttosto di impostazione mentale. Perché, in effetti, non è facile passare da ciclovie note, sperimentatissime e ben organizzate a un percorso che è invece di tipo “pionieristico”, in cui l’itinerario procede a zigzag su strade non pensate specificamente per le due ruote ed è indicato da segnalazioni che vanno un po’ scoperte come in una caccia al tesoro. E soprattutto, non è facile abituarsi al salto di qualità tra “ciclovia” e “cammino”: che è – come dice la parola stessa e come è appunto il caso della Via Postumia – un itinerario pensato soprattutto per camminatori, per gente che procede con ritmi addirittura più lenti di chi viaggia in bici e le cui esigenze sono profondamente differenti.
Per chi cammina non importa (anzi, è quasi un piacere) camminare su piccoli tratturi con l’erba che arriva al polpaccio, o su stradelli che alternano fango e ghiaino instabile, o su sterrati pieni di buche. Tutte situazioni che, invece, per chi pedala fanno una bella differenza. Ottanta km con tratti di questo tipo di fondo stradale, con in più l’esigenza di un’attenzione costante per non perdersi la segnaletica, sono una faticaccia non paragonabile neanche lontanamente alla stessa distanza percorsa, tanto per dire, sulla ciclabile del Danubio.
In breve, in un contesto di questo tipo per chi si sposta in bici il gioco si fa duro, ed è necessario operare un mutamento di pelle da “cicloturisti” a “viaggiatori con bicicletta”. Una differenza tutt’altro che terminologica, che richiede un cambio di passo e di ritmo, una capacità di accogliere percorsi anche più lunghi e tortuosi del necessario se questo significa visitare qualcosa di interessante, una disponibilità ad accettare intoppi e deviazioni come parte integrante dell’esperienza.

Mi sono resa conto che viaggiare in bicicletta può avere molte declinazioni, tutte ugualmente legittime e apprezzabili, ma a volte tanto distanti tra loro da avere alla fine ben poco in comune, se non la presenza di un sellino e due pedali; e a fare la differenza non è tanto il grado di allenamento o la tipologia di bici utilizzata, quanto piuttosto l’atteggiamento mentale ad accogliere l’imprevisto, a guardare ai cambi di programma più con curiosità che con disappunto, a lasciarsi andare a un tipo di vagabondaggio apparentemente (ma solo apparentemente) quasi senza meta. E questa, lasciatemelo dire, non è cosa da tutti: c’è bisogno di un bell’allenamento per passare da turisti a viaggiatori. Ma quando il salto è compiuto – come è accaduto a tutti noi durante questo viaggio, anche se qualcuno si diverte a negarlo – ci si accorge che ne vale davvero la pena.
Malinconico ritorno
In un contesto di questo tipo, l’arrivo a casa è stato piacevole, ma anche un po’ malinconico: sembra incredibile, ma dopo 23 giorni e 1659 chilometri l’idea di aver messo la parola fine a questa esperienza ci ha lasciato la voglia di continuare: tanto è vero che siamo riusciti ad allungare anche gli ultimi 30 chilometri, inventandoci una deviazione con visita alla Certosa di Pavia solo per il gusto di rimanere in giro qualche ora di più.
L’avventura successiva è stata, una volta a casa, l’apertura dei borsoni: durante il viaggio sembravano semplicemente delle sacche un po’ impolverate, con dentro qualche indumento sgualcito. Inseriti in un contesto domestico e normalmente pulito, si sono invece rivelati per quello che erano effettivamente: delle vere e proprie bombe chimiche di polvere, fango incrostato e sporcizia varia. Roba da chiamare gli artificieri, altro che mettere tutto in lavatrice.
Secelhofatta io non è solo un titolo
E così, siamo arrivati anche alla fine dei miei racconti (almeno per quanto riguarda questo viaggio). E visto che di spazio ormai me ne sono presa parecchio, ne aggiungo ancora un po’ per un paio di cose che mi stanno a cuore.
La prima, è ricordare ancora una volta che il nostro viaggio ha richiesto un po’ di fatica, un po’ di allenamento, un po’ di determinazione, ma nulla che non sia a portata della stragrande maggioranza di noi: “se ce l’ho fatta io” non è solo un titolo, ma è un dato di fatto. Non serve essere superatleti o avventurieri per regalarsi un’esperienza memorabile: basta solo avere il coraggio di buttarsi e di dedicare un po’ di tempo a stessi e ai propri sogni.
La seconda (e poi ho davvero finito) è un ringraziamento sincero a tutti gli amici che mi hanno aiutato a rendere questo viaggio ancora più speciale e memorabile: Specialized (con la sua straordinaria bici Sequoia e l’attrezzatura tecnica), Thule (con i suoi portapacchi e borse da bici), Austria Turismo e Friuli Venezia Giulia Turismo (che ci hanno fatto conoscere al meglio dei luoghi straordinari), Pasticceria Cucchi (che ci coccola e ci ospita in occasioni davvero speciali).
E adesso è già ora di pensare a una nuova destinazione…
© riproduzione riservata




