Sette milioni di euro al mese persi, e 200 mila persone senza lavoro. L’Everest è chiuso per Coronavirus, e l’economia del Nepal è in ginocchio.
Una tragedia. Così definisce quello che sta succedendo in Nepal lo scrittore e giornalista Stefano Ardito, appassionato di montagne e autore di un libro appena uscito su 100 anni di spedizioni sul Tetto del Mondo (Everest, una storia lunga 100 anni, editore Laterza). Ardito è riconosciuto come una delle voci più autorevoli in Italia in materia di montagna e alpinismo, di sviluppo turistico sostenibile e di conservazione della natura. L’Everest lo conosce bene, anche se sulla cima non è mai salito (“Ho esperienza e passione, ma non sono un alpinista di alto livello. E non mi interessa aggregarmi alle spedizioni commerciali che salgono lassù”).
Però fino a 6.000 metri di quota ci è arrivato, sia dal versante nepalese che da quello tibetano. Ha parlato con alpinisti e sherpa, ha toccato con mano che cosa succede tra quelle vette. E ora ripete: “Una tragedia. Chiudere l’Everest al turismo è stata una botta tremenda per il Nepal. Un po’ come se in Italia si precludesse l’accesso a Roma, Venezia e Firenze. Non solo le città morirebbero, ma il danno economico sarebbe incalcolabile”.
Everest chiuso per Coronavirus, il conto dei danni
Stefano Ardito, però, il calcolo sull’Everest lo ha fatto. “Il Covid è stato una vera legnata per l’economia nepalese – dice -. Secondo le stime del governo di Katmandu, con il lockdown si sono persi 200 mila posti di lavoro e – dall’inizio dello stop alle spedizioni – si stanno perdendo 7 milioni di euro ogni mese”.
L’Everest, infatti, generava una vera e propria montagna di denaro. “Per arrivare sulla cima – continua Ardito – si pagano tra i 50 e gli 80 mila dollari a testa. Una sola bombola di ossigeno ne costa 500. E ci sono agenzie che fanno partire il prezzo base da 85 mila dollari. Però ti spediscono a casa una tenda iperbarica per l’acclimatamento. La puoi montare in salotto, e ci passi dentro tutto il tempo necessario secondo le istruzioni. Quindi spendi di più, ma risparmi un sacco di tempo”.

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“Nel 2019 – prosegue Stefano Ardito – hanno messo piede sulla cima dell’Everest 876 persone. Di queste, 500 i clienti delle agenzie che organizzano l’ascesa, su un totale di 800 che ci hanno provato”. Numeri non da poco, considerato poi il fatto che sul tetto del mondo non si può certo salire tutti i giorni. Il mese giusto è maggio, e nel corso di questo mese le giornate buone sono due o tre. Ecco perché poi succede che si creino veri e propri ingorghi.
Un po’ per questo motivo, un po’ per il fatto che molte spedizioni abbandonano i rifiuti in alta quota, e un po’ anche perché le vie di ascesa sono costellate di cadaveri che nessuno riesce a recuperare, l’Everest è considerato un grande gigante malato. E in fondo gli ambientalisti non possono che rallegrarsi per questo stop alle spedizioni.
Ma Ardito non ci sta. “Passare dall’assalto indiscriminato all’abbandono non è una soluzione – dice -. Prima dello scoppio dell’epidemia, si era già parlato di ridurre il numero dei permessi, a fronte di un aumento delle tasse (oggi si pagano 10 mila dollari a testa solo per ottenere il via libera alla salita). Ormai l’Everest è diventato un meccanismo commerciale in cui sono coinvolte soprattutto le popolazioni locali. Non è più come una volta. Le maggiori agenzie oggi fanno capo a sherpa, e molti di loro vengono in Europa per ottenere i brevetti da guida alpina”. Non si tratta, insomma, di sfruttamento da parte dei Paesi industrializzati.
Il Coronavirus, però, ha costretto il governo nepalese a decretare lo stop alle spedizioni prima di poter attuare qualsiasi modifica alle norme sugli accessi. Come spesso succede, alcuni campanelli di allarme erano stati sottovalutati. Perché è vero che il Covid è stato improvviso e inaspettato, ma già dal 2018 erano stati segnalati insoliti picchi di influenza nei rifugi ad alta quota nella zona dell’Everest. “Sono qui da 25 anni, e non ho mai assistito a niente del genere”, aveva detto al National Geographic in un’intervista Prativa Pandey, direttore medico della Ciwec Clinic di Kathmandu.
Ora la pandemia ci ha costretto a mettere da parte i compromessi. La grande montagna respira. I nepalesi aspettano il vaccino.
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