– Il tuo film, “Non così lontano”, che racconta la storia dell'apertura di tre nuove vie sulle Alpi, ha già vinto cinque premi. Ma la domanda è: non così lontano da dove?
«Significa che l'avventura – in un mondo che ormai tecnologicamente ci consente di arrivare ovunque – non significa più andare in Himalaya, in Patagonia, in Cile… Bisogna avere la fantasia e l'originalità di cercare l'avventura sulle proprie montagne. Che per me sono poi le Alpi. Le Alpi restano la catena montuosa che ogni scalatore ci invidia».
– Le montagne sono spesso simbolo dell'elevazione spirituale. C'è un rapporto tra l'alpinismo e la fede?
«La montagna è stata sempre il simbolo delle varie culture religiose. A cominciare dal Sinai, che fa davvero parte della storia dell'alpinismo: perchè nella Bibbia si parla della salita al monte alla ricerca di Dio. Poi ci sono tanti modi di avvicinarsi a Dio. Tanti alpinisti dicono che lassù, sulla cime delle montagne, ci si sente più vicini al divino. Io sono credente, ma in realtà non penso che ci sia bisogno di scalare le montagne per trovare Dio. La montagna è una dimensione».
– Nel teaser del film c'è una frase di Mummery. Perchè hai scelto proprio lui?
«Perchè Mummery si era fatto portatore di un messaggio che dovrebbe essere valido anche ai nostri giorni. Oggi noi molto spesso ci concentriamo sui numeri, ma non sulle emozioni. Avventura molto spesso significa anche rischio. Significa fare qualcosa di nuovo che pone di fronte ad emozioni particolari. All'incertezza. La scoperta è la cosa più bella della montagna. E non importa se riesci nell'impresa o meno. Importa il fatto che tu in quel momento stai facendo qualcosa che nessuno ha ancora fatto».
– Tu appartieni a una generazione di alpinisti. È possibile che qualcuno di loro abbia incrociato Mummery?
«Non lo escludo. Magari il mio bisnonno. È stato tra i primi a fare l'alpinista e la guida alpina sulle Alpi. Il mio nonno, invece, ha preso parte alle prime spedizioni. Era andato a “mappare” la Terra del Fuoco. Mio padre ha continuato sulle sue orme, e io di conseguenza. Ma nessuno ha mai spinto il proprio figlio ad andare in montagna».
– Quattro generazioni di alpinisti. Ma le donne di casa, come hanno vissuto e vivono questa scelta?
«Amano i loro uomini, e certo la scelta di andare in montagna fa anche parte del loro fascino. C'è molta apprensione, ma accettano perchè sanno che non possiamo essere fermati».
– Un ritorno alle origini potrebbe essere anche un ritorno all'impianto tecnico delle origini, cioè al materiale di una volta, ma ovviamente senza nulla togliere alla sicurezza?
«Non credo proprio. Non ha senso tornare a usare quei vecchi materiali. Avrebbe senso però usare meno tecnologia. L'alpinismo diventerebbe più interessante, più avventuroso».
– Quando esci con papà, chi comanda? Restano le gerarchie o la montagna annulla le differenze?
«In genere il primo di cordata sono io, ma è anche grazie alla sua esperienza che a volte riesco a superare un passaggio particolarmente difficile. Certo, leggo a volte nei suoi occhi l'apprensione del padre nei confronti del figlio. Ma funziona».
– C'è un tale Kilian Jornet che si è messo a correre su per il Cervino, ci è salito in cima e poi è sceso di nuovo di corsa. Tu l'hai visto? Hai seguito la sua impresa?
«Non l'ho visto live perchè ero in Patagonia. Certo è una prestazione sportiva interessante. Io vedo la velocità come una qualità alpinistica per superare più in fretta un tratto pericoloso, ma non fine a se stessa. Certo io rispetto un'impresa del genere, anche se non la condivido. Kilian, a differenza di Brunod che faceva il muratore e si allenava nel tempo libero, è un professionista. Si allena per vincere e per battere dei record. Poi quando uno emerge c'è sempre gente che lo “bastona”. Lasciamogli fare la sua strada, e poi vedremo».
– All'estero la formazione dei giovani alpinisti prevede un sacco di iniziative interessanti e di contributi, scuole di alpinismo, ecc. In Italia no. Perchè?
«In Italia siamo molto legati al Cai. È un'istituzione importante che potrebbe giocare un ruolo fondamentale per avvicinare i giovani alla montagna. Oggi in Italia i giovani si allontanano invece da questo mondo, preferiscono l'arrampicata sportiva e il bouldering. Perchè sono discipline che hanno linguaggi giovani. Mentre il Cai purtroppo “parla” una lingua vecchia».
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