Testo di Roberto Scafuri
Strepita il cellulare nel bel mezzo di una manovra. Di solito lo spengo, mi maledico per la dimenticanza. “Cap ci sei? Ciao! Ho bisogno di un favore… Mi porti un gruppo alle Baleari? C’è di mezzo un grande tour operator, è importante”.
Gli accidenti più insidiosi cominciano sempre nella maniera più innocua. “Di dove sono gli ospiti? Che barca noleggiano?”. “No, Cap… Ehm, è una crociera un po’ particolare. Questi qui hanno vinto la crociera a un’estrazione sul Web”. “Sul Web? Ora regalano crociere in barca a vela? Ma sono mai stati in barca?”. “Non credo, però sono di Pescara”.

Pescara, ridente cittadina para-balneare dal nome beneaugurante (non per i pesci, temo). In attesa della partenza, prendo contatti con il capofamiglia: un ingegnere idraulico (dunque, almeno ha a che fare con l’acqua, penso) che trovo un po’ scostante, refrattario a qualsiasi suggerimento. Come sempre, invio i file di prammatica: come preparare la sacca, che cosa portare, norme di sicurezza, protocollo ambientalista (una prerogativa cui la nostra associazione tiene molto).
All’aeroporto non fatico a riconoscere il “gruppo-vacanza”: due coppie e un frugoletto di sette anni dalla faccia simpatica. Convenevoli e un primo segnale d’allarme: al telefono avevo chiesto quale fosse l’azienda che aveva messo in palio il premio, e l’ingegnere aveva risposto con aria seccata: “Ah, non ricordo. Profumi… Una di quelle cose che fa mia moglie”. In attesa dell’imbarco, invece, la signora confida alla mia nostromo di fiducia (volgarmente ormai i broker la chiamano “hostess”, come quelle d’aria): “La ditta che ha regalato il viaggio? Non so… Sa, mio marito quando torna dal lavoro passa tutto il tempo al computer e partecipa a tutti i concorsi che gli capitano a tiro…”.

Nemmeno il tempo per confidarci, che chiamano per l’imbarco. Eccoli trionfanti sfilare davanti a tutti in virtù della loro “priority” (un’altra delle sciocchezze messe in campo dalle voracissime compagnie “low cost”, che vorrebbero poi spillarti quattrini a ogni passo). Li ritroveremo a bordo, accanto alle nostre poltroncine (non numerate) di comuni passeggeri. C’è il cognato dell’ingegnere, un barista, che per tutto il viaggio trova il modo più adatto per tenere desta l’attenzione del ragazzino: “Aiutooooo, aiutoooo”, ripete incessante con voce stridula.
L’arrivo a Palma di Maiorca è da foto-ricordo. L’aeroporto è enorme – ingolfato di turisti (prevalentemente tedeschi) che si perdono lungo i corridoi, ma mai grande quanto le due valigie transoceaniche dei pescaresi. Due adatte a un soggiorno in Australia per due mesi, più altre due rigide tipo Samsonite (più, naturalmente i capienti trolley da portare a bordo). Le trascinano sotto i nostri occhi esterrefatti senza tentennamenti, le imbarcano sui taxi con sicurezza, le girellano per la banchina senza avvertire neppure gli sguardi di commiserazione che si levano dagli altri pozzetti (colmi di odiati crucchi, peraltro!). Quando daranno uno sguardo sottocoperta, il barista esprime un fugace dubbio. “E queste, dove vanno? Dove le mettiamo?”. “Lassù, al posto delle zattere di salvataggio”, faccio indicando le due dotazioni di sicurezza (di dimensione simile, forse un po’ inferiore) che campeggiano su questo Bavaria 50 al centro della tuga. La sottile – si fa per dire – ironia non viene colta. “Davvero le dobbiamo infilare lì dentro?”, mi chiede l’ingegnere.
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