Abbiamo incontrato Fabrizio Pistoni, finisher al Tor des Géants. E autore di un libro su questa gara durissima e coinvolgente. Che ha portato a termine ascoltando Giuseppe De Rita e le poesie di William Blake.
«Una volontaria tutta arancione e fosforescenze è piena di premure, che forse scaldano più della coperta che mi ha offerto. Ricambio con un sorriso ebete e così intabarrato mi siedo vicino a un vassoio di mocetta, poi inizio con metodo il riempimento dello stomaco. Mi gusto ogni boccone come se fosse l’ultimo, è la solita storia: il piacere di ogni singolo gesto è ciò che dà valore a questa esperienza».
I singoli gesti. Camminare sotto la pioggia. Soffrire il sonno, il freddo, la sete, la stanchezza. Sensazioni strane, oggi. Anzi, sconosciute. Ma che hanno il potere di riportare alle origini. Forse anche in questo sta il fascino del Tor des Géants. Una gara che Fabrizio Pistoni, classe 1963, titolare insieme al fratello di uno storico negozio di casalinghi a Ivrea, ha corso nel 2010. E su cui ha scritto un libro – o meglio, un diario – che si legge tutto d’un fiato: “Elogio del limite” (Ediciclo Editore, 14,50 euro).

Non c’è retorica, nel libro di Pistoni. Sono pagine che ti calano in questa magica avventura come se la vivessi accanto a lui. A vederlo non penseresti che questo cinquantenne dagli occhioni sgranati e dai capelli scarruffati, con lo sguardo sempre sorpreso come se fosse una sorta di “piccolo principe” piovuto da chissà quale pianeta, abbia avuto la forza di concludere tutti i 330 km (e 24.000 metri di dislivello) di una delle gare più toste del mondo. Eppure l’ha finita. Ed è anche arrivato ventesimo. E quest’anno la correrà di nuovo.
Perchè? «Perchè forse arriva un momento nella vita in cui c’è bisogno di fare chiarezza – dice lui -. Viviamo in un mondo in cui sembra tutto facile, possibile, a portata di mano. Anche le imprese estreme. Basta pagare. Lo dice anche Giuseppe De Rita». Giuseppe De Rita? Già, proprio lui, il sociologo. Fabrizio Pistoni ha scaricato i suoi discorsi nell’iPod, e li ascoltava durante il Tor des Géants. Insieme a quelli di Andrew Fabian, docente di astrofisica a Cambridge, e alle poesie di William Blake. Erano queste le parole che lo spingevano a macinare chilometri. Pagina dopo pagina, passo dopo passo, Pistoni accompagna il lettore con sè tra sentieri, tornanti, colli, finestre. Nella notte, con la paura del buio e la frontale che si spegne. Nella prima luce dell’alba. Sotto il sole che cuoce il cervello.

«Ho camminato 60 ore prima di riuscire a dormire un po’ – racconta -. Perchè ero troppo eccitato. In tutto, avrò riposato circa una decina di ore». Riposi indispensabili, se non si è tra quei pochi super-eroi che tagliano per primi il traguardo. Ma che lasciano sempre il dubbio: farò bene a fermarmi? mi supereranno? non riuscirò più a riprendere Tizio o Caio?
Già, perchè nonostante i buoni propositi dichiarati e l’atmosfera da “volemose bene” che sembra regnare tra i concorrenti, in realtà sempre di una gara si tratta. E Pistoni non nasconde di aver anche provato istinti poco edificanti. Pe esempio nei confronti di quello che lui chiama “Innominato” o “Piccolo Satana”. E dopo averlo seminato ed essere arrivato per primo al rifugio, si concede il lusso di preoccuparsi per lui: «Sto facendo esibizioni di buonismo avendo il culo al caldo? Meno male che non le ho mai sopportate negli altri… Chi sono io? Il buono apprensivo con un tetto sulla testa e la bocca piena? O il cinico bastardo infreddolito e stanco?».
Già: chi sono io? Forse è questo, in fondo, l’interrogativo che spinge i concorrenti del Tor des Géants a partire per la grande impresa. Come se la fatica, le emozioni, la sofferenza fossero in grado di togliere finalmente la buccia che nasconde l’anima. Rivelazioni improvvise. Incontri con un se stesso inaspettato. E alla fine del viaggio, una volta tornati a casa, sarà bello ricordarselo.
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