Testo di Ornella d’Alessio
Ornella d’Alessio, autrice di questo articolo, è giornalista, appassionata di viaggi, esperta di enogastronomia. L’itinerario che ha affrontato per salire sul Kilimanjaro, la Machame Route (o Whiskey Route) parte dal versante ovest, per poi deviare verso sud-est per l’ultima salita. Si fa in 6 giorni. È meno battuto e più panoramico – ma anche più impegnativo – della Marangu Route (o Coca Cola Trail).
I came from too far not to make it, ripeteva senza tregua Martin Coleman arrivato sopra ai 5000 metri. Volontà e determinazione sono indispensabili per esaudire il grande sogno di salire sul Kilimanjaro, dove scintillano le nevi più famose d’Africa. Foreste pluviali, deserti d’alta quota, desolate lande vulcaniche, praterie, petrose distese lunari e brughiere. Si attraversano scenari molto diversi, ma il pensiero fisso è quello di raggiungere la meta: Uhuru Peack, 5895 metri.
La preparazione all’ascesa è un rito che si svolge a Moshi. Charlie, il capo spedizione, chiede di mettere gli effetti personali (il minimo indispensabile) nei sacchi impermeabili e di disporsi in fila per le ultime spiegazioni. Controlla il peso di ogni sacco. Tutto a posto. Si parte. Sei bianchi e venti portatori neri. All’attrezzatura inappuntabile degli occidentali si contrappone quella inadeguata e casuale dei chagga, gli uomini della montagna che abitano questa zona da 400 anni. Magliette troppo leggere, calzoni strappati. Lo sguardo scende alle scarpe. Scarpe non è la parola giusta: molti ragazzi calzano ciabatte infradito, altri hanno due destre adattate, altri vecchi mocassini ereditati da qualche turista generoso.
Due ore di auto fino al Machame Gate (1800 mt). Il verde dei banani e della giungla riempe gli occhi. Passate le formalità si comincia a salire attraverso la foresta. Qui il sole si vede di rado per l’umidità che crea un anello di nebbia quasi perenne. Si marcia nel fango. La giungla s’infittisce. Liane, muschio, enormi alberi altissimi. A tratti si intrevede il blu del cielo e un po’ di sole. Le radici degli alberi formano dei gradini che aiutano a risalire il suolo scivolso. La vegetazione stringe il sentiero. Bisogna chinare la testa e piegarsi.
Dopo 5 ore di cammino si arriva al campo tendato. La prima notte si passa a 3000 metri (Shira Camp) . Al risveglio la prima colazione è già pronta. Si mangia e si parte per la savana alberata e la brughiera. A disfare il campo, rimettere le tende nei sacchi e pulire tutto ci pensano i chagga. Partono un bel po’ dopo i turisti, ma in breve li raggiungono e li sorpassano. Devono arrivare alla prossima tappa per primi per preparare tutto. Un panoramico pranzo al sacco e si riprende a marciare.

All’arrivo ai 3800 metri del Barranco Camp, la seconda tappa: tende montate e cena quasi pronta. L’indomani si ripete tutto come il giorno precedente. Cambia il panorama. Solo sabbia e un semighiacciaio, sempre più strimimzito. Qui incontriamo un gruppo di alpinisti iraniani pronti ad affronare il ghiaccio più impegnativo, che ormai non esiste da anni. Sono quasi anacronistici. Eccoci al campo a 3950 metri (Karanga camp) . Altra cena pronta, altra notte in tenda. L’aria si fa sempre più rarefatta e l’eccitazione aumenta. Passo dopo passo. Oggi si sale fino a 4600 metri (Barafu Camp) lungo una parete di ghiacciai, si attraversa il rio Karanga (ultimo punto di approvvigionamento idrico).
Il passo si fa più pesante e prima del tramonto siamo al campo. Cena e tende pronte. Si chiacchiera per superare l’emozione, l’agitazione, la preoccupazione. Incontriamo una coppia di settantenni che rifanno la salita 50 anni dopo per festeggiare i le nozze d‘argento. Complimenti, passo lento, occhio arzillo e tanta positività. Stanotte è l’ultima notte, si cena prestissimo e a nanna alle 19. La sveglia è a mezzanotte con una colazione leggera prima di affrontare l’ultima salita.

Sei ore di cammino con qualche piccola sosta. Il fondo è cenere, quindi un passo avanti e si scivola indietro, un altro e si scivola. Un immenso sforzo di volontà. C’è chi si sente male, chi sviene, chi vomita. Solo una volontà di ferro ti porta in vetta. Il tuo corpo vuole solo scendere. A fatica si raggiunge la finta vetta: Gillman’s Point. Non sembra possibile, arrivati qui c’è un’altra conquista da fare: Uhuru Peak, la vera vetta a 5896 metri, la vetta più alta del continente africano. E’ alba. L’ultimo sforzo, quasi un’ora in pianura ma si respira a fatica fino al cartello ufficiale. Si firma, si fanno le foto. Tutto è rallentato, poco ossigeno al cervello. Solo la volontà conta a questo punto. E poi si inizia a scendere. Per me la parte più impegnativa. Male alle ginocchia e gli occhi persi nei panorami lasciati alle spalle.
I mesi migliori per l’ascesa al Kilimanjaro sono da dicembre a marzo, e da giugno ad agosto. La completa organizzazione per la Machame Route (7 giorni) con il trekking guidato e poi 4 giorni di relax all’eco-lodge Campi Ya Kanzi, dell’italianissimo Luca Belpietro, costa 4.875 euro a persona, esclusi i voli da e per il Kenya.
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