Bastano pochi giorni e un budget molto contenuto per staccare davvero la spina e concedersi una vacanza fuori dal comune: un tour in Egitto, alla scoperta dello spettacolare Deserto Bianco. Una meraviglia della natura fatta di pilastri calcarei e monoliti gessosi che prendono la forma di uomini, animali, funghi, fiori.
Non solo mummie, piramidi e crociere sul Nilo. L’Egitto riserva infinite sorprese, anche per gli amanti degli spettacoli naturali e della vita outdoor. Una delle più affascinanti è senza dubbio il White Desert, il Deserto Bianco. Una distesa di pilastri calcarei e monoliti di gesso scolpiti dal vento che si trova nel cuore del Sahara egiziano, tra le oasi di Bahariya e Farafra. Ci vuole quasi un giorno di viaggio per arrivarci dal Cairo. Ma non si tratta in ogni caso di un tragitto noioso, perché lungo il percorso si fanno alcuni stop in punti spettacolari che preparano un po’ alla volta al “gran finale” del Deserto Bianco. Io ci sono andata con quattro amici e una guida davvero eccezionale: Mohamed (desertblanc@outlook.com), ottimo autista e ottimo cuoco, che ci ha scorrazzato per due giorni tra dune, distese di calcare, grotte, piste polverose.

Dopo una giornata passata al Cairo per le visite regolamentari (il Museo Egizio, le piramidi di Giza, un giro nella città vecchia), la voglia di partire per il deserto è tanta. Via dalla pazza folla, dai clacson che ti riempiono le orecchie, dalle auto che sfrecciano in tutte le direzioni. Per riuscire ad attraversare piazza Tahrir ci vuole un quarto d’ora: i semafori sono un optional e nessuno si ferma. Solo il Nilo, in questa città, pare mantenere una calma serafica e infischiarsene di tutto quello che succede intorno.
Cambio auto all’oasi di Bahariya
L’appuntamento è al mattino di buon’ora davanti all’albergo. Veniamo caricati su un’auto e via, direzione sud-ovest, verso l’oasi di Bahariya che sarà la nostra “stazione di cambio” e dove incontreremo Mohamed. Per chilometri e chilometri la strada è fiancheggiata da un’infilata di condomini giganteschi e fatiscenti, tutti dello stesso colore: il colore della sabbia. In cima agli edifici, quelli che sembrano serbatoi dell’acqua: in realtà piccionaie dove gli egiziani allevano la loro ghiottoneria preferita.

Dopo circa 400 chilometri di strada, eccoci all’oasi di Bahariya, una distesa di palme da dattero e piante di mango che durante il Medio Regno era un importante centro culturale e commerciale. Tanto che qui sono state trovate recentemente migliaia di mummie. Noi però non ci dedichiamo all’archeologia. Abbiamo appuntamento con Mohamed, che dopo averci rifocillato ci imbarca sulla sua 4×4 e punta verso sud. Lasciata la strada asfaltata, la prima tappa è il Black Desert, il Deserto Nero, dove la sabbia dorata è ricoperta da spolverate di basalto. Un suggestivo effetto di nero su giallo, e le dune che cominciano a movimentare il panorama.
Una montagna di cristallo
Seconda tappa è la Crystal Mountain: qui sono protagonisti appunto i cristalli di calcite che fanno luccicare la sabbia. Mohamed ci accompagna lungo un sentiero che conduce all’ingresso di una grotta. Una specie di caverna di Alì Babà, dove bisogna entrare strisciando a terra e infilandosi in un pertugio nella roccia. Vincendo la claustrofobia, si arriva in una “sala delle meraviglie” tra stalagmiti e stalattiti luccicanti, per poi tornare a riveder le stelle sbucando sul lato opposto della montagna.

Ma lo spettacolo che lascia davvero a bocca aperta è quello del Deserto Bianco, oggi parco nazionale che durante il mese di agosto – quando il caldo impedisce le visite dei turisti – viene ripulito dalle tracce umane rimaste tra la sabbia e le rocce calcaree. Anche se in verità sono pochi a spingersi in questo scenario surreale dove il paesaggio, che sembra imbiancato dalla neve, è popolato da sculture naturali dalle forme bizzarre, come fossero creature trasformate in pietra da un sortilegio malvagio.
La voce del mare
Mohamed ferma la jeep. Ci fa scendere e passeggiamo in questo bagliore accecante. Lo strato di calcare sul terreno si arriccia a formare un’infilata di onde, e su queste onde sono depositate centinaia di conchiglie fossili. Alcune incrostate nella roccia, altre liberate dal suo abbraccio. Ci muoviamo con circospezione, perché a ogni passo abbiamo paura di frantumare le voci del mare che circa 100 milioni di anni fa copriva questa depressione oggi diventata un deserto.

Mohamed conosce le rocce una a una, e ce le indica tutte: il fungo con la gallina, il coniglio, il dinosauro… Il sole inizia a calare e il Deserto Bianco assume un colore perlaceo. È ora di trovare un buon posto per accamparsi. Bisogna annusare l’aria e capire da dove arriverà stanotte il vento. Mohamed continua a girare con la sua 4×4, e alla fine individua una zona riparata. Noi scarichiamo i bagagli, mentre lui accende il fuoco e prepara la “sala da pranzo”: tappeti berberi stesi sulla sabbia, e intorno un paravento di stoffe colorate.
Cena sotto le stelle
Comincia a fare freddo. Noi indossiamo le giacche a vento e i berretti di lana. Mohamed se ne fa un baffo, a lui basta la sua camicia di cotone. Prepara la griglia e inizia ad arrostire pezzi di pollo marinati, che poi ci servirà con il pane arabo, il formaggio, l’hummus, l’insalata di pomodori e cetrioli, le olive. È un film perfetto. L’unica cosa di cui sentiamo la mancanza, a onor del vero, è un Martini. Ma è tutto così incredibilmente bello, che finiamo per farcene una ragione.

Finita la cena, Mohamed fa sparire i piatti e trasforma la nostra salle a manger in una camera da letto per cinque. Sui tappeti stende i sacchi a pelo, e quando ci rannicchiamo lì dentro vestiti di tutto punto (giacche a vento comprese), lui rimbocca sopra di noi le coperte di lana di cammello. Poi ci augura la buona notte e se ne va a dormire più in là. “Starò proprio qui dietro”, dice. Giusto in caso a qualcuno venisse in mente di andare a fare pipì in quella direzione. Perché la luna non è ancora sorta, e il buio è quasi totale. Sopra le nostre teste – anche se la frase è scontata – c’è una trapunta di stelle.
Il tè nel deserto
La notte, per dirla tutta, non è esattamente tranquilla. Il freddo si fa sentire, e amicizie di vecchia data rischiano di incrinarsi a causa di appropriamento indebito di coperte. Un topolino si avventura a scorrazzare tra i nostri sacchi a pelo. Ma il sorgere del sole riscalda il cuore. E il té bollente e dolcissimo preparato da Mohamed fa il resto. Starsene lì in mezzo al deserto, alle otto del mattino, seduti per terra intorno a un tavolino imbandito, fa davvero uno strano effetto. Il pane è caldo, e con il formaggio salato è la fine del mondo. Strani pensieri frullano per la testa. Fughe dal mondo, vita beduina, cellulari sepolti per sempre nella sabbia…

Ma finita la colazione, arriva il momento di tornare alla dura realtà. Bisogna raccattare le proprie cose, caricare tutto in macchina e fare dietrofront. Solo la prospettiva di uno stop per provare il sandboarding ci convince a risalire in auto. Siamo tutti un po’ malinconici (forse anche un po’ provati dalla notte all’aperto). Però quando Mohamed accelera improvvisamente, fa impennare la macchina verso l’alto e poi frena sulla cresta di una gigantesca duna di sabbia, ci rianimiamo. Lui tira fuori le tavole da sandboarding (vale a dire lo snowboard praticato sulla sabbia anzichè sulla neve) e la saponetta di cera per farle scivolare meglio. E via!
Mai provato il sandboarding?
È meno facile di quello che sembra, e la discesa dall’alto appare vertiginosa. Ma le tavole possono essere anche usate come slittini: ci si siede sopra, e ci si lancia giù. Difficile, piuttosto, è la risalita con i piedi che affondano a ogni passo nella sabbia, e il caldo che si fa sentire. Nel deserto gli skilift non ci sono! Per fortuna Mohamed tira fuori dal bagagliaio della macchina (che è un po’ come la borsa di Mary Poppins) i succhi di frutta freschi destinati a premiare le nostre fatiche.

E poi arriva proprio il momento di andare. Torniamo all’oasi di Bahariya, dove Mohamed ci saluta (non prima di averci fatto assaggiare i suoi datteri), e ci affida all’autista che ci riporterà al Cairo. “It’s your place here, and you are welcome anytime”. Torneremo, Mohamed, torneremo…
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Just a few days and a very low budget to really disconnect and enjoy a holiday out of the ordinary: a tour in Egypt, to discover the spectacular White Desert. A marvel of nature made of limestone pillars and chalky monoliths that take the form of men, animals, mushrooms and flowers.
Not just mummies, pyramids and Nile cruises. Egypt reserves endless surprises, even for lovers of natural shows and outdoor life. One of the most fascinating is undoubtedly the White Desert. An expanse of calcareous pillars and chalk monoliths sculpted by the wind, located in the heart of the Egyptian Sahara, between the oases of Bahariya and Farafra. It takes almost a day of travel to get there from Cairo. But it is not a boring ride anyway, because along the way there are some stops in spectacular points that prepare a little at a time for the “big show” of the White Desert. I went there with four friends and a truly exceptional guide: Mohamed (desertblanc@outlook.com), an excellent driver and an excellent cook, who roamed us for two days in dunes, limestone fields, caves, dusty tracks.
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