Geyser, vulcani, distese di lava, solfatare, lingue di ghiaccio che scivolano in mare e lagune coperte di iceberg. Un viaggio in Islanda on the road vuol dire trovarsi catapultati alle origini del mondo.
Dove si va in vacanza quest’anno? Basta sole, mare, spiagge affollate, caldo… si va in Islanda. Zaino, giacca a vento, e per ogni evenienza tenda e sacco a pelo. Io e Monica Nanetti (#secelhofattaio) non amiamo prenotare. Si va dove porta il vento (e l’impulso del momento). Finora ha sempre funzionato. E poi si sa: in Islanda di alberghi ce ne sono davvero pochi, e riuscire a trovare una stanza in pieno agosto è un miraggio. Senza contare che i prezzi sono davvero proibitivi (per una camera a due letti si paga l’equivalente di 300 euro).
Ci prendiamo due settimane, e l’obiettivo è quello di fare tutto il giro dell’isola in senso antiorario, seguendo in linea di massima la Ring Road (cioè la strada principale dell’Islanda, la numero 1, che effettua il periplo del Paese per circa 1.300 km ed è l’unica quasi interamente asfaltata), deviando poi lungo il percorso per raggiungere posti particolari.

A proposito delle strade dell’Islanda, va fatta qualche precisazione: bisogna stare davvero all’occhio. A parte le pecore, che ti ritrovi davanti al cofano della macchina quasi a ogni curva, ci sono persino i falchi e le foche che attraversano la strada. Se tieni il finestrino abbassato, può capitare che un cavallo tenti di entrare in auto. E se vedi un cartello con la scritta “attenzione agli uccelli”, non sottovalutarlo. Probabilmente stai per attraversare una zona di nidificazione di starne artiche, che scenderanno in picchiata sul parabrezza per difendere i piccoli.

Oltre a questo, c’è il problema che è praticamente impossibile memorizzare i nomi islandesi. Ogni volta che si incontra un cartello stradale (vedi sotto), bisogna fermarsi e confrontare le scritte con quelle sulla mappa automobilistica. Detta così, sembra un’esagerazione. Provare per credere! Un’altra cosa da non sottovalutare: gli islandesi – al contrario degli americani – non esagerano mai per quanto riguarda i segnali di avvertimento. Se vedete scritto che il limite orario è di 40 all’ora, fidatevi: significa che davvero è meglio non superarlo.

Ma veniamo al viaggio. Ecco, tappa per tappa, il nostro tour attraverso l’Islanda.
- Giorno 1. La compagnia aerea islandese Low cost Wow è l’unica ad avere voli diretti da Milano su Reykjavik. Ottimo, perché il viaggio dura solo 4 ore e mezza. Peccato però che si arrivi a destinazione alle 2 ora locale. E bisogna essere preparati ad arrivarci trovando 25 gradi in meno di temperatura e un vento gagliardo. Raccattiamo la nostra auto a noleggio (consigliamo Geyser: è leggermente più contenuta nelle spese e il servizio è perfetto) e… parcheggiamo in un’area di sosta fuori dall’aeroporto per dormire un po’ prima di affrontare la nostra prima giornata islandese. Alle 6.30 riusciamo a bere un caffè americano e a ingollare un hot dog, e siamo pronte. Prima tappa Pingvellir, a est della capitale. Qui, proprio lungo una spettacolare faglia lunga oltre 7 km, si tenevano le sedute dell’antico Parlamento islandese. Siamo nel cosiddetto Cerchio d’Oro, la zona più turistica dell’Islanda, quella per intendersi dove si trova anche Geysir con i suoi scenografici spruzzi di acqua calda, e la cascata di Gulnafoss (in islandese Foss significa appunto cascata). Da queste parti purtroppo le masse di turisti non mancano. Compresi i soliti giapponesi a frotte. Ma d’altronde non si può marcare visita… e vale la pena di sopportare anche i torpedoni dei turisti! La prima notte la trascorriamo in un delizioso cottage affittato su AirB&B (l’unica prenotazione che ci siamo concesse, prevedendo di essere stremate dopo la notte in bianco all’arrivo). Ovviamente si cucina in casa, perché i prezzi dei ristoranti sono inavvicinabili. E non abbiamo intenzione di vivere 15 giorni di hamburger e patatine.
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La cascata di Seljialandsfloss. - Giorno 2. Prendiamo la Ring Road costeggiando la costa meridionale dell’Isola. La nostra auto (una minuscola Suzuki economy) ansima un po’ in salita ma tiene il passo con dignità. Chilometro dopo chilometro inanelliamo cascate spettacolari come quella di Seljialandsfloss dove si può girare tutto intorno al salto d’acqua; una visita all’interessantissimo Museo della lava di Hvolvsvollur (dove scopriremo che l’Islanda in pratica è il tappo di un gigantesco cono magmatico… e questa consapevolezza sarà protagonista dei miei incubi notturni nelle prossime due settimane); Vik con i suoi incredibili dintorni di spiagge nere, faraglioni, distese di lava coperte di licheni gialli. Unico problema: l’alloggio. E’ tutto strapieno oppure troppo caro (o tutte e due le cose). Alla fine è giocoforza puntare su un campeggio. Vietatissimo in Islanda il camping libero (a meno di non chiedere il permesso a qualche Farmer di piantare la tenda nei suoi terreni). Vietatissimo persino fare pipì nell’erba. In compenso i campeggi sono perfetti e dotati persino di cucine comuni.

- Giorno 3. E’ ufficiale: alla larga dai russi! Non è un luogo comune. Se poi vi capitano come vicini di tenda, vi verrà voglia di avere un bazooka tra le mani. Alle cinque del mattino sono vispi come grilli. Parlano (anzi urlano), preparano la colazione, ridono, si raccontano storielle, iniziano a smontare la tenda. Ma alle 8 sono ancora lì, in T-shirt nonostante i 7 gradi di temperatura, a esibire i loro muscoli. Per fortuna abbiamo altro a cui pensare. Oggi tappa nel parco nazionale di Vatnajokull con la sua bella cascata. Poi il vero spettacolo: Jokulsarlon con il suo ghiacciaio che scivola in mare, formando una laguna di acqua gelida in cui galleggiano centinaia di iceberg. Qui ci concediamo una mini crociera in anfibio prima di prendere la superpanoramica strada che porta fino a Hofn, e che corre tra colate di lava e pecore al pascolo, con il ghiacciaio che ci accompagna sulla sinistra, e il mare sulla destra. A Hofn troviamo da dormire in nella cabane di un campeggio, con bagnetto in camera: lusso vero! E per fortuna, perché durante la notte piove e c’è persino qualche scossa di terremoto!
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I mezzi anfibi con cui si naviga nella laguna di Jokulsarlon.
- Giorno 4. Giornata di trasferimento per spostarci dalla zona sud alla zona nord, costeggiando la parte orientale dell’isola. Lungo la strada bisogna fare davvero attenzione alle pecore che attraversano all’improvviso. Cominciamo a pensare cosa fare nel caso ne investissimo una: chiamare il 112? Nasconderla nel bagagliaio e cucinarla nel prossimo ostello? Provare a rintracciare l’allevatore e chiedergli un riscatto per il cadavere? La giornata trascorre costeggiando i fiordi orientali, con panorami a picco sul mare e distese di lava coperta da licheni. Troviamo alloggio per la notte in un ostello della deliziosa cittadina di Seydisfjordur. Casette colorate, la chiesa azzurra, negozietti molto posh. L’understatment abita qui, in questo grappolo di case che un tempo era uno dei principali porti nordeuropei per la pesca delle aringhe (fino agli anni ’70).
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Seydisfjordur.
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- Giorno 5. Dopo una lautissima colazione preparata in ostello, si parte alla volta di Asbirgy, abbandonando la Ring Road per seguire un Canyon su cui saltano diverse cascate. La “regina” di tutte è Dettifoss, quella con la maggiore portata d’acqua in Europa. La strada sterrata corre (si fa per dire, perché bisogna andarci piano) attraverso un panorama lunare: coni vulcanici, rocce, piccoli crateri rossi. Nessun segno di vita, nemmeno le pecore. Poi, all’improvviso, ecco che la strada si tuffa verso il mare e tutto diventa verde. Siamo finalmente ad Asbyrgi, a due passi dal circolo polare artico, ma questo parco nazionale è un tripudio di sentieri tra l’erba e le piante dei mirtilli. Per la notte troviamo alloggio in un ostello di Kopasker, paesino dell’estremo nord, a 40 km dal circolo polare artico. Dopo essere riuscite a far scattare la sirena antincendio scaldando pollo tandoori surgelato, ce ne andiamo a spasso a goderci la notte illuminata dal sole su questo estremo lembo di costa. Anche Kopasker, come tutti i paesini dell’Islanda, ha il suo minuscolo museo: questo è dedicato al terremoto che qualche anno fa lo ha raso al suolo.
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Alle 10 e mezza di sera, a Kopasker non è ancora notte.
- Giorno 6. Lasciata Kopasker, ci dedichiamo a un trekking nella parte alta del parco del Jokusvagull, tra formazioni di roccia basaltica impressionanti. Peccato che per gli islandesi la segnaletica nei parchi (ma anche quella sulle strade) sia un po’ un optional… Dopo un picnic, si riparte in auto tra scenari suggestivi di prati coperti di muschio e lambiti da un mare piatto colore cobalto. Tappa al porto di Husavik, da cui partono i pescherecci del whale watching. A proposito di balene, qui in Islanda vige ancora una vecchia legge. Se ne trovi una spiaggiata davanti a casa, non c’è ufficio smaltimento che se ne occupa: è affar tuo! Un tempo era una fortuna: cibo e olio assicurati per un anno. Adesso le cose sono un po’ più complicate… Husavik è un paesino delizioso, a maggior ragione perché troviamo un Vin Budin aperto! Il Vin Budin è il negozio degli alcolici, che in Islanda non si acquistano al supermercato. Fino al 1989, addirittura, la birra era illegale. E comunque anche oggi l’acquisto di alcool viene scoraggiato imponendo ai negozi deputati alla vendita orari assurdi (tipo: dalle 11 alle 13 e dalle 16 alle 18). Si continua a guidare tra scogliere popolare dai Pulcinella di mare. Lasciata Husavik ci rimettiamo in marcia, ed ecco all’improvviso il lago Myvatn, su cui vigila la sagoma del cratere di un vulcano. Paesaggi incredibili: a destra della strada il lago blu, pozze d’acqua, prati e muschi; a sinistra colate di lava nera. Per questa notte (e anche per la prossima) abbiamo trovato una stanza all’hotel Laugar (di Laugar), semplice e decisamente economico rispetto alla media. Mi addormento per l’ennesima volta sognando di trovarmi in mezzo a un terremoto. E mi sveglio scoprendo che davvero durante la notte la terra ha tremato.
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Balene in un murale a Husavik. - Giorno 7. Senza parole. Questa mattina siamo partite per un’escursione all’Askja, uno dei grandi spettacoli della natura. Appuntamento alle 8 del mattino davanti al piccolo supermarket di Reykjahlid con il minibus 4×4 che ci porterà sull’altopiano dove si apre il cratere del gigantesco vulcano. Per arrivarci, bisogna percorrere circa 100 km lungo strade sterrate che attraversano il nulla, in pieno deserto artico, superando guadi e zone in cui non c’è alcuna traccia di vita. Qui, in questo lembo di terra che è stato soprannominato Icelandic Moon, la NASA ha fatto allenare Armstrong prima dell’impresa lunare: perché qui sembra davvero di camminare sulla Luna, sfiorando con i piedi il morbidissimo terreno coperto di lava di pietra pomice. Una passeggiata di 2,5 km conduce alla fine del tragitto in minibus fino al bordo del cratere. Anzi, dei crateri: perché in realtà il vulcano dell’Askja ha due bocche spalancate. In quella più grande si è formato un grandissimo lago profondo 200 metri, su cui aleggiano inquietanti leggende. L’altra è una profonda voragine di terra color rosso fuoco in cui si può scendere per fare il bagno in un’acqua calda e lattiginosa. Panorami dell’altro mondo! Alla fine della giornata, l’hotel Laugar ci aspetta accogliente: in realtà (abbiamo scoperto poi parlando con i camerieri italiani) è una scuola, che per tre mesi all’anno funziona come albergo. Noi abbiamo ricevuto un trattamento di lusso: siamo state alloggiate nella dependance degli insegnanti!

- Giorno 8. Dopo la memorabile colazione dell’Hotel Laugar (che rimpiangeremo fino alla fine del viaggio), gironzoliamo intorno al lago Myvatn. I panorami sono splendidi: acque turchesi, paludi, migliaia di uccelli. Sempre qui vicino al lago si trovano le solfatare di Hverir, un paesaggio infernale che puzza di zolfo, in mezzo a vapori bollenti. Tappa imperdibile! Poi via costeggiando il lago, tra panorami che sembrano dipinti a pennarello da un bambino: blu cobalto, verde smeraldo, casette bianche coi tetti rossi. Facciamo sosta alle spettacolari cascate ad anfiteatro di Godafoss, poi ad Akureyri dove ci concediamo anche un fish&chips. Il paese è delizioso e molto trendy, con negozi e localini. Siamo nella parte settentrionale dell’Islanda, e il programma è quello di percorrere tutti i fiordi occidentali. Di nuovo in macchina, facciamo sosta a Dalvik per scattare qualche foto cretina davanti al museo dedicato all’uomo più alto d’Islanda (2,34 m). Poi un’altra tappa a Siglufjordhur, che fino agli anni ’70 era la capitale dell’aringa (c’è anche un museo ricavato dai vecchi edifici usati per la lavorazione del pesce). Bel posto, bella gente, bell’atmosfera. Ma c’è ancora un sacco di strada da macinare (buona parte sterrata) per arrivare a Osar. Che è il nome del nostro ostello, ma anche della località dove si trova (e dove è l’unico edificio, per altro).
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La spiaggia di Osar con il faraglione nero di Hvitserkur. - Giorno 9. Prima di lasciare Osar, passeggiamo lungo la sua spiaggia nera per un po’ di seal watching. Le lingue di sabbia a poche decine di metri dalla battigia sono abitate infatti da una colonia di foche. Nel silenzio totale del mattino, ci offrono uno spettacolo unico a base di tuffi, giochi, giravolte nell’acqua. L’unico problema sono le starne artiche che hanno nidificato lì vicino e che – come negli Uccelli di Hitchcock – organizzano picchiate in stormo sulle nostre teste. Raggiungiamo comunque, aggirando le starne, il bellissimo faraglione nero di Hvitserkur. Poi si riparte. La strada da fare oggi è lunghissima ma ancora una volta super scenografica. Siamo entrate nella zona dei fiordi e seguiamo tutta la costa, con saliscendi, ponti, lingue di terra, lagune… e purtroppo qualche malefico tunnel a corsia unica! Già perché gli islandesi sono un popolo rude: non hanno gallerie come le nostre, ma lunghi tunnel scavati nella roccia grezza, a un’unica corsia. Ogni 300 metri circa, la corsia si allarga in modo da consentire il passaggio alle auto che arrivano nel senso opposto. Ci concediamo una tappa a Isafjordhur, altro porto deputato un tempo al commercio di aringhe, oggi suggestivo avamposto di frontiera con le vecchie case ottocentesche (alcune rimesse a nuovo, altre malconcissime), i pescherecci coloratissimi, i negozi di attrezzatura per gli sport outdoor in ambiente estremo. Questa notte il nostro ostello è ancora una volta in un posto dimenticato dal mondo: Korpudalur. Il suo proprietario, Pall, è un anziano signore che era nato qui, e ora d’estate gestisce la vecchia casa di famiglia come ostello (ma a fine settembre se ne torna a Reykjavik, dove ora abita).
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Pescherecci a Isafjordhur. - Giorno 10. Decidiamo di fermarci una giornata a Korpudalur per goderci i panorami dei fiordi e sperimentare una domenica all’islandese. Lunga colazione, chiacchiere con Pall, passeggiate, gita in auto nei paesi vicini (purtroppo sempre con attraversamento del malefico tunnel…), merenda sontuosa in una spettacolare pasticceria di Thingery, poi cena di avanzi in ostello. Domani ci aspetta una lunghissima smacchinata!
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Nei dintorni di Korpudalur. - Giorno 11. Dopo colazione, via alla volta della penisola di Snafafells. I panorami si sono fatti di nuovo mozzafiato. La macchina corre su e giù tra baie, montagne con pendenze vertiginose, fiordi blu, mentre la bassa marea lascia scoperto il giallo delle alghe vicino all’erba. Siamo sulla strada (per buona parte sterrata) numero 60. La percorriamo fino al bivio con la 54, che porta alla punta del promontorio di Vesturland. Ci siamo ormai lasciate alle spalle i fiordi e quella luce particolare che si trova solo vicino al Circolo Polare Artico. In previsione ci sono due giorni di sosta a Hellissandur, proprio sulla punta del promontorio, per esplorare i dintorni.
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Il porto di Olafsvik. - Giorno 12. Prima giornata di pioggia da quando siamo arrivate in Islanda. Vento e acqua scrosciante. Ci infiliamo in macchina con l’obiettivo di curiosare un po’ nelle vicinanze. Un’occhiata all’impressionante antenna radio (412 metri, più alta della Tour Eiffel) che svetta poco fuori Hellissandur, e dopo pochi chilometri un cartello stradale ci indica un punto panoramico. Così scopriamo un gioiello di cui nelle guide turistiche non si fa nemmeno menzione: un cratere vulcanico a cui si accede salendo lungo una scala metallica. Una volta arrivate in cima, ce ne stiamo là appollaiate per un po’, con la pioggia che ci inzuppa e il mare sotto che rumoreggia. Poi una sosta davvero impressionante alla spiaggia di Djupalon, dove si trovano i massi che venivano utilizzati un tempo per misurare la forza dei marinai: chi riusciva a sollevare solo il più leggero, non veniva nemmeno preso in considerazione per l’imbarco. Su questa spiaggia si trovano anche i resti arrugginiti del peschereccio britannico Epine, lì naufragato nel 1948. Dei 19 membri dell’equipaggio, solo 5 furono tratti in salvo. Una spiaggia nera e silenziosa come un sacrario, disseminata di rottami arrugginiti che nessuno osa violare. La pioggia e il vento fanno il resto, per rendere questo posto ancora più impressionante. Il resto della giornata lo passiamo a un tavolo di ristorante a Olafsvik, scoprendo che l’Islanda è davvero invasa dai russi. Domani contiamo su un tempo migliore per goderci le tappe del viaggio verso Reykjavik. E stasera… di nuovo zuppa Knorr preparata in camera con l’acqua calda del lavandino! Sì, va bene, fa un po’ schifo… ma non possiamo sforare il budget. E poi abbiamo deciso di concederci una cena luculliana nella capitale, l’ultimo giorno.

- Giorno 13. Un po’ a malincuore ci si infila in macchina per puntare su Reykjavik. Per fortuna piove, così non siamo del tutto tristi. Per consolarci ci fermiamo a Mosfellsbar (20 km prima della capitale) per una puntata allo spaccio della Alafoss, famoso brand di maglioni islandesi. Ma alla fine usciamo a mani vuote: a parte i prezzi esagerati, forse un ruvido pulloverone di lana grezza a Milano rimarrebbe nell’armadio per il resto dei suoi giorni… L’ostello che abbiamo prenotato a Reykjavik (City Hostel) sembra quasi un design hotel. Lasciamo i bagagli, e ci lanciamo alla scoperta della città. Prima di tutto visita al Perlan, il museo del ghiaccio, ma in realtà quello che ci interessa è la sua struttura particolare: una cupola trasparente poggiata sopra i sei serbatoi geotermici che forniscono la città di acqua calda. Poi si va all’Harpa, il nuovissimo auditorium affacciato sul porto, che specchia i colori del mare e del cielo. Una passeggiata tra le casette colorate, i negozi di souvenir, i localini affollati. Poi un giro intorno al Tjornin, il bel lago che è un po’ il cuore della città, e infine ci concediamo una vera cena in un vero ristorante. Ci eravamo ripromesse di ordinare anche il vino, ma alla fine lasciamo perdere: un bicchiere (e certo non ci basterebbe) di quello sfuso della casa costa l’equivalente di 18 euro.

Giorno 14. E’ la nostra ultima giornata islandese. La passiamo a vagare con aria malinconica tra le strade di questa capitale europea che conta poco più di 120 mila abitanti. E che insieme ad Akureyri è l’unica città islandese dove le case superano i due piani (non di molto, però) e dove gli architetti hanno osato sfidare terremoti ed eruzioni vulcaniche progettando costruzioni moderne e a volte addirittura ardite. Ci mancherà il profumo del mare mescolato a quello dello zolfo. Ci mancherà questo senso perenne di provvisorietà che significa anche libertà. Ci mancherà questa serenità tutta islandese nell’accettare le leggi della natura e nel non provare nemmeno a contrastarle. Ci mancherai, Islanda!

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