Quinto uomo al mondo ad avere scalato tutti i 14 Ottomila del pianeta, Krzysztof Wielicki è un personaggio duro e controverso. Che si racconta nel libro La mia scelta, edito da Hoepli per la collana Stelle Alpine.
Diciamo la verità: Krzysztof Wielicki non è un gran simpaticone. Del resto non bisogna essere simpatici, quando si decide di dedicare la propria esistenza a un’unica, infiammante passione. In questo caso l’alpinismo. Krzysztof ne ha fatto la propria ragione di vita, ed è arrivato ad essere il quinto uomo ad aver scalato tutti i 14 Ottomila del mondo. Per riuscirci, non ha guardato in faccia nessuno. Non c’erano casa, famiglia, affetti, paure, incidenti che potessero fermarlo.
Krzysztof Wielicki faceva parte della cosiddetta “scuola polacca”: un gruppo di alpinisti che sul finire degli anni ’70 rivoluzionarono il modo di scalare e iniziarono ad affrontare in inverno – magari in solitaria – le ascese alle più alte vette del pianeta. Con Krzysztof, scalavano altri personaggi divenuti leggendari. Tra tutti la mitica Wanda Rutkiewicz, prima donna a scalare il K2 senza bombole di ossigeno (morta poi in un incidente sul Kangchenjunga nel maggio del 1992).
Il mondo seguiva con il fiato sospeso le imprese di quei ragazzi polacchi che affrontavano freddo, fatica, congelamenti senza battere ciglio. Quella determinazione e quella resistenza venivano attribuite all’abitudine al sacrificio imposta dal regime del loro Paese. In realtà – come ha riconosciuto lo stesso Krzysztof – proprio grazie al regime era possibile dedicare mesi e mesi agli allenamenti e ai viaggi oltre cortina. Con la fine di quell’era politica e con l’inizio del capitalismo, ci si trovò poi a fare i conti con datori di lavoro, budget, sponsorizzazioni… e a quel punto Krzysztof Wielicki decise di diventare guida alpina e mettere da parte i record.
Questa, però, è la fine della storia. E tra l’inizio e la fine corrono circa trent’anni che Krzysztof racconta nel corso di un’intervista fiume tradotta e poi adattata in forma di libro: La mia scelta, edito da Hoepli (24,90 euro), presentato anche all’ultima edizione del Trento Film Festival.

Il racconto di Krzysztof Wielicki, arrivato quasi al traguardo dei 70 anni, è il bilancio di una vita che lo ha portato in realtà a scegliere più volte. Scelte spesso anche dolorose e discutibili, ma prese senza esitazioni. Nel nome di quel sacro fuoco che gli ardeva dentro. Tutto inizia nel 1970, quando il polacco per caso si ritrova a scalare una paretina di roccia con alcuni compagni di studi.
“Ognuno di noi cerca la sua vera passione, ma non tutti hanno la fortuna di trovarla – scrive -. Quando avviene, è una sorta di colpo di fulmine”. Una malattia quasi, come la definisce lui.
Una malattia che porta Krzysztof e compagni ad affrontare ogni genere di disagi nel nome della loro passione per l’alpinismo. Anche se poi devono cucire fogli di plastica all’interno delle giacche di tela per renderle impermeabili. Anche se poi i congelamenti alle dita costringono a lunghe degenze in ospedale per ricostruire i polpastrelli. Anche se tanti compagni, lungo la strada, perdono la vita.
Il primo obiettivo, per Krzysztof Wielicki, è sempre stato quello di arrivare dove si era prefisso. E a volte questo lo ha portato – come racconta lui stesso nel libro – a lasciare indietro compagni di spedizione più lenti e meno acclimatati. O a spiccare il volo da solo se si sentiva in forma, a dispetto dello spirito di squadra. Non fa sconti a nessuno, Wielicki, ma nemmeno a se stesso. Racconta con fredda lucidità anche gli avvenimenti più controversi.
Toccherà al lettore – una volta chiuso il libro – un’altra scelta. Quella, tutta personale, di assolvere o condannare l’autore. Oppure di non procedere, per mancanza di prove o sopraggiunti limiti di età.
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