Pochi giorni al via dell’Ultra Trail Gobi Race: 400km di corsa attraverso uno dei deserti più inospitali della terra. Per chi ci stesse facendo un pensierino, ecco qualche consiglio utile da chi l’anno scorso c’era (ma non correva).
Come Oscar Wilde, so resistere a tutto tranne che alle tentazioni. Se poi la tentazione è quella di un viaggio intercontinentale, il gioco è fatto: nessun dubbio, nessuna domanda, si sale sull’aereo senza la minima esitazione. Solo così si spiega il motivo per cui mi sono trovata imbarcata in una delle situazioni più improbabili e incongrue della mia vita: una signora milanese di mezza età catapultata dai grattacieli di Porta Nuova alle dune di uno dei deserti più remoti e aridi della terra, per seguire (in qualità di giornalista, non certo di partecipante!) un evento che definire corsa sarebbe decisamente riduttivo.
Molto più di una gara
Perchè la Ultra-Trail Gobi Race è molto più di una gara (peraltro durissima e massacrante): è un’esperienza totalizzante, che richiede grande capacità di adattamento non solo dal punto di vista fisico, ma – anche e soprattutto – sotto l’aspetto mentale. Un’avventura d’altri tempi, quando la globalizzazione era ancora di là da venire e l’incontro con differenti culture garantiva sorprendenti scoperte. Certo, già di per sé il trail è decisamente speciale: è evidente che la Cina ha deciso di entrare anche in questo ambito di attività, e lo sta facendo con l’imponenza dimensionale che la caratterizza un po’ in tutto. Per rendersene conto bastano pochi dati tecnici: 400 km di lunghezza da percorrere a piedi in unica tappa e in tempo massimo di 150 ore, in autosufficienza e auto-orientamento, nel cuore del deserto dei Gobi (a sud del confine con la Mongolia) in un’area immensa e disabitata per oltre l’80%, con temperature che passano dai + 30 del giorno ai -13 della notte e venti che soffiano a oltre 100 km/h. Una corsa, insomma, che si pone a pieno titolo tra le gare più estreme del mondo, probabilmente l’unica che include nel pacco-gara anche uno spray anti-lupo. Ma al tempo stesso una delle corse più particolari che si possano immaginare, caratterizzata da una serie di stravaganti (e in alcuni casi affascinanti) contraddizioni.
L’organizzazione
La formula, innanzitutto; gli organizzatori cinesi, privi di esperienza, hanno voluto imparare dai migliori e hanno assoldato come direttore di gara, in questa seconda edizione così come nella precedente, una vera autorità: l’americano Dale Garland, race director della leggendaria Hardrock 100. Sebbene il buon Dale non lo confesserebbe neanche sotto tortura, l’impressione è che ci sia stato un bel po’ di lavoro per trovare un compromesso tra le consuete procedure di gara “occidentali” e le inaspettate esigenze e rigidità del mondo cinese. È nata così una soluzione che è un mix tra due delle più leggendarie competizioni di questo genere, il Tor des Géants e la 100 km del Sahara: come il Tor, è una corsa non-stop in unica tappa; come la 100km, è una gara in autosufficienza o, meglio, in parziale autosufficienza. Ogni 35 km circa, infatti, sono posizionate delle “rest station” che fungono un po’ da “base vita” per i concorrenti. Qui (e solo qui) possono fermarsi a dormire all’interno dei tendoni attrezzati, qui possono ricaricare i propri dispositivi elettronici, qui possono ricevere massaggi e assistenza medica, qui trovano a disposizione taniche di acqua calda e fredda, qui – soprattutto – possono recuperare le sacche che ciascun partecipante ha provveduto a preparare prima della partenza con cibo, indumenti e materiale vario, e che l’organizzazione si è preoccupata di distribuire lungo il percorso.
Il risultato è che, nella strategia di gara, un ruolo decisamente non indifferente è svolto dalla “spesa al super” prima della partenza; e non crediate che sia cosa da poco, se il supermercato in questione si trova nel centro della remota cittadina di Dun Huang e se non capite una parola di cinese. Il negozio, apparentemente, è del tutto simile a quelli che si trovano da noi; con la differenza che i prodotti esposti sullo scaffale hanno forme e colori totalmente incomprensibili; e non si tratta di capire se una cosa è dolce o salata, si parla proprio di non riuscire neppure a ricondurla al regno animale, vegetale o minerale. Bisogna riconoscere che lo spirito del trail affratella a qualsiasi latitudine, e i concorrenti locali tentano di aiutare gli stranieri con indicazioni e consigli; peccato però che anche loro parlino solo cinese, dando vita a surreali teatrini a base di indicazioni, sorrisi, mezzi inchini, pacche sulle spalle. Si finisce così con l’incrociare le dita e riempire il carrello con barattoli variopinti; per scoprire poi dopo 40 km di corsa – come è accaduto a Nico Valsesia, unico italiano in gara – di essersi riforniti di svariate scatolette di un orrendo intruglio simile a una minestra di fagioli, lamponi e peperoncino (Valsesia si è poi ritirato intorno al 140mo km, ma non per questo motivo: a fermarlo è stata una fascite plantare).
Sempre parlando di organizzazione, lo spiegamento di mezzi era a dir poco sorprendente: basti pensare che a fronte del ridottissimo numero di 30 partecipanti (gran parte dei quali appartenenti all’élite dell’ultra-trail internazionale) era schierato un plotone di 277 volontari: praticamente, 9 per ciascun runner. Il tutto supportato da jeep, furgoni 4×4, avveniristici dispositivi di tracking satellitare, bagni… no, bagni invece no. Per quello, l’unica cosa prevista era un gabbiotto di metallo con una buca per terra, neanche troppo profonda; e da signora bene educata, preferirei non aggiungere altro sull’argomento.
E poi, c’è il contrasto affascinante tra i lunghi giorni di gara in mezzo a una natura ostile e il fasto delle cerimonie: a partire dal briefing (in cui ad ogni partecipante viene consegnata la statuetta di una mezza tigre, che troverà la sua altra metà solo al traguardo) fino all’arrivo su una lunga passerella ai piedi di un tempio, accompagnati da esplosioni di fuochi d’artificio e dall’ipnotico battere di grandi tamburi. Ai cinesi queste cerimonie ufficiali piacciono molto: tanto che “autorizzati a ciò dall’ente burocratico in carico dei reperti culturali” i nomi dei primi classificati sono stati scolpiti su un’antica torre di guardia recentemente scoperta, divenuta così la “UTG Tower of Championship”. Un onore che, non mancano di far notare nelle comunicazioni ufficiali, “è destinato a durare per sempre” e che quest’anno è toccato al cinese Bai Bin, primo con il tempo di 92 ore e 26 minuti, e alla francese Véronique Messina, prima e unica donna arrivata al traguardo, autrice di una straordinaria prestazione in 135 ore e 35 minuti (quindicesima in classifica generale).
La vera star
Anche se, bisogna aggiungere, il vero protagonista della corsa è stato il giornalista britannico Alfie Pierce-Higgins, classificatosi secondo con due ore di distacco: un personaggio che sembra uscito da un libro di Ian Fleming. Ventotto anni, biondino, sempre perfettamente pettinato, con un indelebile sorriso ironico e distaccato, l’inglese è diventato immediatamente l’idolo di tutte le volontarie, affascinate dalla sua flemma anglosassone e dalle sue tenute da riposo (camicie bianche, bermuda e mocassini di cuoio) così diverse dalle informi e coloratissime tute tecniche degli altri runner. Una folla di fan che si è poi ingrossata giorno dopo giorno, quando – da semplice corrispondente del Guardian per seguire la gara “dall’interno” – il buon Alfie senza troppo clamore ha superato blasonatissimi avversari e si è insediato nelle posizioni di vertice, mantenendo il suo aplomb (e i suoi occhiali da sole a goccia) anche nei momenti più duri e trovando persino il tempo per scrivere e spedire qualche corrispondenza al giornale. E quando, proprio da un suo stesso articolo scritto nel corso della gara, si è saputo che solo pochi mesi prima aveva subìto un’operazione a cuore aperto, la popolarità del personaggio in quella zona della Cina è letteralmente esplosa: servizi fotografici, interviste televisive, persino un cartoon su di lui; un’ondata di celebrità che Pierce-Higgins, in perfetta coerenza con il personaggio, ha accolto con la consueta divertita imperturbabilità.
Lungo l’antica Via della Seta
Tornando alle contraddizioni di questa straordinaria corsa, bisogna aggiungere che riguardano anche i luoghi attraversati, dove nulla è completamente quello che sembra e ogni posto riserva una sorpresa. Il deserto, per esempio: che offre infinite distese brulle (con tanto di cammelli che gironzolano liberamente), ma anche canyon, montagne, laghi salati, fiumi e ghiacciai. Un luogo che, ai nostri giorni, può essere visitato solo sottoponendosi a un’infinita e complicatissima trafila di permessi e visti, ma che paradossalmente in passato era una delle rotte commerciali più importanti del globo: quella dell’antica Via della Seta.
Capita così, lungo il percorso, di veder spuntare dal nulla i fantasmi di quel tempo remoto: rovine di fortezze, templi scavati nella roccia, torri di guarnigione (veri e propri “fari nel deserto”) messe a segnare il cammino e a proteggere i viaggiatori. E poi, nel mezzo di orizzonti immensi e sotto cieli infiniti, in uno scenario brullo e sassoso a centinaia di chilometri da qualunque centro urbano, il mistero insolubile di una sterminata piantagione di angurie e meloni (ma come? con quale acqua?) con tanto di fornitissime bancarelle (per chi, visto che non passa nessuno, anzi non c’è neppure la strada?).
Le stesse cittadine di partenza (la già citata Dun Huang) e di arrivo (Guazhou, ma non cercatela su Google Maps: in Cina ce ne sono almeno quattro con lo stesso nome) sono una sorta di contraddizione in termini: la prima, con una rete di modernissime strade e svincoli a otto corsie degni di Los Angeles percorsi da minuscoli motocarri stracarichi, che solcano il nulla della pianura e si perdono verso le dune all’orizzonte; la seconda, con un centro urbano moderno che nasconde al suo interno un grande mercato tradizionale dove si vendono carpe vive conservate in vecchie vasche da bagno, si cuociono patate dolci in piccoli forni a legna lungo la strada, si mangiano dalle bancarelle strani spiedini di verdure sconosciute, ci si lascia fotografare insieme alla gente del posto come vere celebrità dal momento che di occidentali, da quelle parti, non se ne sono mai visti.
In estrema sintesi, la Ultra-Trail Gobi Race è sicuramente un’esperienza straordinaria; lo è stata per i concorrenti, e lo è stata anche per me: ho passato 10 giorni sballottata tra dune e piste sassose, ho montato e smontato la mia minuscola tenda da campeggio sotto raffiche di vento gelido, mi sono nutrita quasi esclusivamente di noodles liofilizzati, ho assistito ad albe spettacolari e ho fatto pipì sotto immensi cieli stellati. E se è vero, come dicono, che uscire dalla propria comfort zone fa accadere un sacco di cose meravigliose, posso assicurare che anche ritornarci dentro ha il suo bel perché.
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