L’assalto alla montagna dell’estate 2020 non è stato indolore. La convivenza tra vecchi e nuovi frequentatori dei sentieri si è rivelata a volte difficile, ma soprattutto ha enfatizzato vizi e virtù. Che raccontiamo con il sorriso.
Sarà l’estate della montagna. Così titolava Action Magazine a metà marzo, primo tra tutti i media, quando la pandemia doveva ancora raggiungere i suoi picchi più drammatici. Erano i giorni in cui un albergatore su due asseriva che non avrebbe aperto per la stagione in arrivo, in cui il presidente di un’associazione di categoria sosteneva a microfoni aperti che “i miei operatori stanno solo facendo la fila dai commercialisti per capire quanto potranno ottenere dalla Stato”, erano i giorni del si salvi chi può insomma.
Solo poche realtà provavano ad immaginare un’estate quantomeno accettabile. Abbiamo avuto ragione (in realtà questa è l’estate dell’Italia) e, come ci è stato riconosciuto anche pubblicamente, un pochino siamo stati da sprone. Fine dell’autocelebrazione, ma per una volta perdonateci. Ne siamo troppo orgogliosi.
L’assalto alla montagna iniziato il giorno dopo la fine del lockdown non è però stato indolore, scatenando polemiche e ispirando furbate. Ma soprattutto generando comportamenti inediti o che parevano dimenticati. Così sono i “nuovi mostri” (nella maggior parte dei casi detto con affetto o quantomeno indulgenza) a riempire i resoconti delle gite.
I sindaci
Come genziane e stelle alpine alla base di molti sentieri sono sbocciati i parchimetri. Personalmente ne ho incontrati nelle Orobie bergamasche, in provincia di Torino e sulle Alpi Apuane. Eleganti ma odiosi, come le scuse dei sindaci che li hanno fatti installare proprio nell’anno in cui tutti siamo meno ricchi. Della tassa sui sentieri non sentivamo la mancanza. Mostri e basta.
I rifugisti
Che il loro sia un lavoro speciale e riservato a tipi speciali lo sapevamo già. E quest’anno le loro fatiche sono state amplificate dalle norme anti Covid. Un applauso va alla sopportazione dimostrata verso comportamenti di certi (molti) nuovi ospiti. Ma non riesco a biasimare quelli che hanno sclerato a seguito dell’ennesima richiesta/protesta insensata. Mostri di pazienza.

I sempre connessi
“Ma f…ga, possibile che non ci sia il wi-fi in un locale pubblico?”, e giù promesse di non tornare mai più in un luogo così arretrato. Già, il selfie sul ghiacciaio o in un vallone lontano da Dio e dai ripetitori va postato subito. Mostri di inconsapevolezza.
I vegani
“Che cosa propone a noi vegani”? “La porta d’uscita” ha risposto il gestore del rifugio. La risata dei presenti ha indispettito il tizio, che è partito con una filippica sull’importanza del veganesimo per l’intera società condita dall’immancabile “questo è un locale pubblico, deve (?) prevedere dei piatti per i vegani”. Mostri pretenziosi.
Gli instagramer
Per quelli di loro che per la prima volta approcciano i sentieri, la montagna è una pacchia. Ogni passo offre una novità che merita uno scatto irrinunciabile, al punto che ben prima di sera hanno scaricato le batterie dell’iPhone. Peccato che le loro foto siano tutte uguali, ma in fondo non fanno niente di male. Irresistibili, e inguardabili, le pose sexy-soft, ginniche o yoga-style al cospetto di un laghetto o una parete. Oscene, ma questa è una mia opinione, le immagini di gente appesa sulle croci di vetta (magari gliene crollasse una sulla capoccia). Mostri creativi la prossima volta.
Gli sprovveduti
Per anni hanno scosso la testa leggendo titoli tipo “montagna assassina”, poi quando tocca a loro fanno di tutto per candidarsi al ruolo di protagonisti del prossimo articolo. Calzature inadeguate (“eh, ma con queste scarpe ho corso la Maratona di New York”), scorte d’acqua inesistenti (“ma tanto potrò bere al rifugio”), abbigliamento approssimativo (“stamattina c’era il sole, inutile appesantire lo zaino con la giacca a vento”), sopravvalutazione delle proprie forze, incapacità di leggere una cartina o una traccia gps: non manca nulla. Va detto, in realtà, che non sono pochi quelli che hanno devoluto buona parte del bonus da 600 euro ai negozi di articoli sportivi. Ma l’esperienza non è in vendita. Mostri che impareranno.
Soccorso alpino
In questi mesi hanno visto di tutto, triplicando uscite e fatiche spessissimo per interventi evitabili: “sono stanco, non riesco più a scendere”, “ho fatto tardi e adesso è buio” e via dicendo. Tra l’altro in questo modo sono state tolte risorse e ore preziose a soccorsi urgenti. Un consiglio: chiamate i soccorsi solo se davvero necessario, oppure fate in modo che con voi ci sia almeno un bambino. In quel caso vi potreste risparmiare i legittimi rimbrotti, anche coloriti, di chi ha mollato a qualsiasi ora amici e famiglia per venirvi a cercare. Mostri di generosità.
I maleducati
Diciamolo subito: trasformare il prato di un alpeggio in una spiaggia salentina può far storcere il naso ma non è reato. Anche in spiaggia, però, non si gioca a calcio tra gli ombrelloni, il volume della radio ha un limite, i cani si dovrebbero tenere al guinzaglio, non si abbandonano i rifiuti dove capita. Godo nel vedere precipitare il pallone in un dirupo. Mi arrabbio quando il padrone di un cane racconta della sua amata bestiola all’inseguimento (purtroppo non sempre vano) di una marmotta o di un capriolo. Cerco un lanciafiamme se vedo il buon padre di famiglia nascondere i resti del picnic dietro a un sasso. Ma dal cafonavirus si può guarire. Mostri (forse) recuperabili.
Gli esperti
Ovvero l’altra faccia della medaglia. Si dividono in due categorie. Quelli che si limitano a osservare “mai vista così tanta gente in questo posto” e magari cercano mete meno affollate per riprendersi la montagna che piace a loro (mostri di adattabilità). E i brontoloni che criticano ogni comportamento altrui, convinti che il nuovo e il diverso non dovrebbero avere diritto di cittadinanza al di sopra degli 800 metri di quota. Mostri nati imparati.
I sentieri
Muti testimoni di disavventure varie, sono i colpevoli di tutto in concorso con chi li gestisce. Per prima cosa sono pieni di sassi, foglie o fango. Poi sono ripidi e sempre più lunghi di quanto indicato dai segnavia. A volte sono troppo tecnici o troppo esposti (già, perché sigle come E, EE o EEA sono lì solo per ragioni grafiche). Addirittura talvolta sono interrotti da alberi enormi, magari caduti solo pochi giorni prima come testimonia il fogliame ancora verde, e non ancora rimossi. A fare le spese della cattiva condotta dei sentieri sono in primo luogo i rifugisti (ovvero i primi local che si incontrano). Ma qualche volta anche escursionisti di passaggio che mostrano una qualche conoscenza dei luoghi, come se un piemontese potesse essere responsabile di ogni sentiero della sua regione. Più spesso le contumelie trovano sfogo sui social, con tanto di minacce di denunce e class action (perché invariabilmente “io e moltissimi altri…” ) contro non si sa chi. Mostri sempre.
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