E’ notte fonda. Un dolore allucinante. Le gambe sono intrappolate, ma non riesco a capire dove. E’ tutto buio. Fa freddissimo. Cerco di liberarmi in qualche modo. Minuti interminabili: finché non mi accorgo che sono nel mio letto. Il Tor des Géants è finito da più di una settimana, eppure è ancora qui assieme a me.
Ecco, quello di cui non si parla spesso è ciò che ti rimane dopo il Tor. L’adrenalina che ti fa saltare all’improvviso dalla gioia. Gli acciacchi che diventano dolori acuti per un attimo e – come per magia – spariscono. E poi quel desiderio di tornare. O di non metterci mai più piede. Emozioni contrastanti. Sensazioni opposte. Insomma roba forte da gestire, questo Tor, anche a settimane di distanza.

Ma in effetti il Tor è stata roba forte da gestire anche molto prima che iniziasse. Ho passato gli ultimi mesi a ritagliarmi ogni possibile istante per prepararmi a questo evento. Ogni venerdì sera – finito il lavoro e dopo poche ore di sonno – sono salito in macchina e alle 3 di notte ero già sui sentieri dell’Alta Via 1 e 2: per vederli, per testarli, ma soprattutto per cercare di capirli e ancor di più di capire che cosa significasse percorrerli tutti d’un fiato. Ho trascorso intere serate su mappe a studiare i percorsi e ho dedicato ogni singolo momento libero a mettere a punto l’equipaggiamento.
Ed è per questo che ancor prima che il Tor iniziasse – domenica 13 settembre -io ero già sicuro di una cosa: qualsiasi cosa fosse successa durante quei 330 km, per me sarebbe stato comunque un successo. Perché è indubbio che grazie al Tor mi sono regalato momenti bellissimi sulle Alte Vie della Valle d’Aosta.
Grazie al Tor ho esplorato vallate incredibili che difficilmente avrei visto altrimenti. Grazie al Tor ho passato notti freddissime e stellate in rifugi a chiacchierare con viandanti italiani, francesi, tedeschi e di altre nazionalità. Grazie al Tor ho trascorso un’estate davvero unica per l’intensità delle emozioni provate. E visto che io faccio – e da molti anni – trail senza nessuna aspirazione agonistica, ma corro in montagna perché amo e rispetto la natura e ogni trail mi regala spunti di crescita personale e di esperienza… beh! in quest’ottica capite bene perché per me il Tor è stato un successo ancor prima di partire!
Che questo Tor lo avrebbero deciso la Montagna e il Meteo, io lo continuavo a dire da giorni. Il fatto di averlo spostato una settimana in avanti, in coincidenza con la luna nuova, che avrebbe costretto a notti buie illuminate solo dalle frontali, mi faceva pensare a temperature più basse del solito.

Quando poi le tendenze meteo hanno iniziato a farsi sempre più chiare – man mano che ci si avvicinava alla partenza – e il brutto tempo diventava sempre più una certezza e non solo un timore, è stato allora che il mio cervello ha iniziato ad accelerare i ragionamenti sul da farsi: modifiche all’equipaggiamento, borsoni da rifare, ricerca di nuovi elementi dell’abbigliamento che con quel meteo diventavano fondamentali.
Quando il pomeriggio prima della partenza, dopo l’ennesimo studio dei bollettini meteo, ho capito che pioggia e freddo sarebbero stati costanti almeno per i primi giorni, ho preso la decisione più importante sull’equipaggiamento: sono sceso ad Aosta e mi sono comprato un paio di scarponcini in Goretex (in pratica sono una versione pesante di scarpe da trail, che hanno qualche centimetro in più a protezione delle caviglie e con una tutela aggiuntiva per acqua, fango e neve). Scelta vincente di cui ho beneficiato dall’inizio alla fine, portando a casa caviglie e piedi intatti: nessuna vescica, quasi nessun dolore, vanto di pochi pochissimi Finisher.
Com’è noto, il “viaggio Tor” è stato caratterizzato quest’anno da due sospensioni di qualche ora prima di giungere all’interruzione definitiva della gara la mattina di giovedì 17 settembre (quando tutti i concorrenti avevano completato almeno i due terzi del percorso ovvero oltre 200 km e 16.3270 m D+). Le interruzioni sono state dettate da condizioni davvero estreme di pioggia, vento, freddo, neve e nebbia in maniera concomitante o alternata.
Personalmente mi son trovato la mattina di lunedì ad uscire alle 3.15 am dalla Base Vita di Valgrisenche nel bel mezzo di una bufera spaventosa. La gara è stata sospesa alle 4.00 per le pessime condizioni meteo. Ma io ormai ero sul sentiero verso il Rifugio Chalet L’Epee e così sono dovuto rimanere in mezzo a pioggia e vento prima, e a freddo vento e nevischio poi, per tutto il tempo necessario a raggiungere il rifugio (circa 2 ore).
Ed è proprio in quel frangente che ho provato quello che ho battezzato il “freddo ancestrale”: un gelo acuto e lancinante, un qualcosa di primitivo da cui non ti puoi proteggere. In quel freddo così violento capisci che l’unica cosa che devi fare è cercare di raggiungere il rifugio il più velocemente possibile: sfidando la fatica, le gambe doloranti, la mancanza di sonno, il terreno insidioso e scivoloso e cercando in te tutte le forze possibili per mantenerti in equilibrio tra le rocce e il fango.
Meno male è proprio quello che sono riuscito a fare. Ma entrare in un rifugio di montagna, dove si erano già riparati un centinaio di runner bagnati e infreddoliti (e per questo con limitatissimi posti a sedere sia sulle sedie che sul pavimento oramai ridotto ad un acquitrino), beh questo significa sicuramente trovare riparo, ma non è certo come entrare in un albergo a cinque stelle!
Eppure, malgrado il freddo, i vestiti umidi, il corpo indolenzito, i pochi minuti di riposo, non trovo le parole per descrivervi il panorama meraviglioso che ci si è presentato davanti alle 07:00 del mattino, quando – migliorate le condizioni meteo – la gara è ripartita. Io e gli altri runners ai piedi del Col Fenetre Torrent ammiravamo una serie di montagne così spettacolari da farci semplicemente di grazie (in tante lingue diverse!) per aver la fortuna di poter essere lì proprio in quel momento. Una distesa di neve bianchissima illuminata dai primi raggi del sole ricopriva tutte le cime e le vallate circostanti, e ci permetteva di ammirare le nostre impronte mentre salivamo verso il Col Fenetre a 2834 metri slm.
Da lì iniziava una discesa “in un pozzo” che poi continuava per qualche centinaia di metri di dislivello in un equilibrio precario. Ed è stato proprio in queste situazioni che i miei scarponi hanno dato il meglio di sé. E mentre i più equipaggiati in quel momento hanno indossato i ramponi, i runners meno esperti di montagna e senza l’adeguato equipaggiamento hanno dovuto abbandonare ogni speranza di proseguire e quindi hanno costretto i compagni di gara (compagni perché si è tutti insieme un unico solo Team) a chiamare l’elicottero per trasportarlo a Valle.
Le ore successive le ho trascorse affrontando due tra le vette che più amo: il Col Entrelor e il Col Loson. E proprio sul Col Loson, il tetto del Tor con i suoi 3299 m slm, il freddo raggiungeva di nuovo livelli davvero incredibili. Tanto che non mi sono accorto che malgrado i guanti le mie mani si erano ormai quasi congelate ed erano in uno stato tale che non riuscivo ad indossare le ingombranti ma calde muffole sovragguanto agganciate “a portata di mano” allo spallaccio dello zaino. E devo ringraziare la guida alpina Lucio Trucco, premiato quest’anno per il suo instancabile lavoro al Tor, perché è stato lui ad aiutarmi a ripristinare l’uso delle mani ormai quasi blu dal freddo.
Ma sono davvero tante le persone, incontrate lungo quei sentieri, che dovrei ringraziare: i volontari, gli abitanti delle valli, ma in particolare il mio amico Paolo che è stato con me per tutto il Tor apparendo a tutte le Basi Vita e vi assicuro che il suo è stato un lavoro davvero duro.
E un ringraziamento speciale va anche a Gigi Riz, storico maestro di sci di Courmayeur, Tor Finisher nonché ideatore di una delle più belle sky race che io abbia mai fatto (la “X-Bionics Courmayeur Mont Blanc”) e Anne Marie Gross, la signora delle montagne già vincitrice di ben due edizioni del Tor des Geants. E’ grazie a loro due che sono riuscito ad evitare di rimanere bloccato a causa del brutto tempo in una delle tappe del Tor più dure (Donnas – Gressoney). Arrivato infatti a Donnas, la mia tabella di marcia prevedeva un riposo di circa due ore. E non vi immaginate quanto desideravo poter chiudere gli occhi e dormire su quella brandina della base vita! Arrivato a Donnas infatti ero davvero stanco e soprattutto consapevole che la tappa successiva sarebbe stata davvero difficile.
Entrato in base vita, vedo Gigi in compagnia di Anne Marie. Vado a salutarli e mi dicono subito: “Max il peggio sta arrivando, non perdere tempo e riparti subito. Guadagnerai qualche ora prima di una notte da incubo”. Che cosa devo fare di fronte ad un consiglio datomi da due vere autorità in materia di montagna? Me ne frego e mi butto in branda? O cambio i vestiti fradici e parto subito? Io non ho avuto esitazioni: ho ascoltato il consiglio di chi la montagna la conosce e la vive ogni giorno, e sono uscito di corsa dalla base vita.
E così ho iniziato così quella che sarebbe stata la mia ultima tappa del Tor prima dell’interruzione definitiva, stanco, con gli occhi gonfi di sonno, ma in compagnia di Flavio, un mio coetaneo già Alpino Paracadutista: tipo tosto che nel suo palmares aveva una Marathon des Sables e centinaia di vette scalate (alcune sull’Himalaya) oltre a una traversata in solitaria in montani biche della Mongolia e del Madagascar (che idea…). Insomma questa ultima parte del Tor è stato un camminare ascoltando storie in mezzo ad una bufera di pioggia e vento che sarebbe valsa poltrona e sigaro di fronte al camino!
Anche incontrare questa gente contribuisce a creare il “mito” del Tor….quel desiderio di tornare. O di non metterci mai più piede. Emozioni contrastanti. Sensazioni opposte. Ma comunque emozioni vere, emozioni uniche.
© riproduzione riservata

