Li incontriamo in continuazione: sulla strada, in pista, in montagna, al parco… Sono volti ben conosciuti nel mondo del running. Gente che – soprattutto grazie a una passione infinita – dedica alla corsa buona parte della propria vita. Organizzando incontri, competizioni, uscite conviviali, trail. E in molti casi impegnandosi a favore di cause sociali.
Li salutiamo, scambiamo quattro chiacchiere con loro. Ma in fondo non li conosciamo bene, non sappiamo nemmeno cosa fanno quando non indossano le scarpette. Per questo da oggi Action Magazine inizia a pubblicare una serie di interviste ai protagonisti del running. Quelli che non compaiono sui giornali, ma che fanno grande il nostro mondo. Il primo è Maurizio Scilla (aka: Maudellevette), atleta e organizzatore del Trail del Monte Casto.
Chi è Maurizio Scilla?
«Innanzi tutto un appassionato di montagna. E come non potrei esserlo, visto che ci sono andato sin da piccolo, grazie a mia madre? E poi uno sportivo. E come non potevo esserlo, visto che mio padre aveva un negozio di articoli sportivi prima che lasciasse questa terra, quando avevo 4 anni? Poi sono anche una persona che ama stare in compagnia e condividere con tutti la grande passione per il trail. Ah dimenticavo: ho 51 anni… mamma, quanto sono vecchio!»
Sei fidanzato o sposato? Hai figli?
«Sono fidanzato e ho una figlia (Arianna) di vent’anni, che adoro».
Quante ore dormono a notte le persone iperattive come te?
«Quando non organizzo il Trail del Monte Casto, dormo circa 6 ore a notte».
Qual è la tua vacanza ideale?
«La vacanza ideale di sicuro è in montagna, ma mi piace anche vedere posti nuovi… Un sogno sarebbe quello di andare sull’isola Rodrigues, nell’oceano indiano».
Hai dovuto/voluto sacrificare la tua carriera lavorativa a favore della tua passione per la corsa?
«Direi che non ho sacrificato nulla per la corsa. Le mie scelte professionali sono state fatte in base allo stile di vita che volevo avere. Ho cercato un lavoro che mi lasciasse delle ore libere, sia per fare sport che per poter dedicare il mio tempo ad Arianna quando era piccola. Magari rinunciando a lavori più remunerativi, ma che non mi avrebbero lasciato tempo libero. Lavoro in segreteria all’Istituto Istruzione Superiore E. Bona di Biella, e ho degli ottimi orari di lavoro. Certo, sono uno spirito libero e stare chiuso in ufficio è un po’ una tortura: ma d’altronde con la corsa non ci campo».
Ci racconti brevemente la tua carriera sportiva?
«Ho iniziato a correre nel 1986 su strada, e qualche anno dopo ecco le prime puntate nelle gare di corsa in montagna. Mi sono cimentato anche con qualche arrampicata. Nel 1995 (il prossimo anno “compio” 18 anni di trail!) la grande avventura del mio primo trail lungo, la mitica 6000D a La Plagne, in Francia: 54 km e 3000 metri di dislivello. Lì è scoccata la scintilla, l’amore a prima vista per questa disciplinail! Nel 2002 la prima vittoria: al Bambitrail, in Francia. Dal 2006 faccio parte del Team Lafuma International. Quanti km sotto le scarpe, quante soddisfazioni e quante immagini da ricordare! In questi anni ho subìto anche due interventi chirurgici alle ginocchia (bandelletta, menisco e legamento collaterale) che mi hanno obbligato a rifiatare un po’. Tanta sofferenza a stare fermo. Ma sono convinto che quei mesi di stop siano stati un toccasana per le articolazioni».
La vittoria più bella e la sconfitta più amara?
«Sulla vittoria più bella non ho dubbi: quella al Trail des Frahans del 2006. Pochi giorni prima era morto il fratello del mio grande amico Dawa Sherpa (un campione nepalese di cui si parla più avanti, ndr.). Dawa era presente al via con sua moglie Annie. Gli avevo detto che avrei corso con suo fratello nel cuore, che avrei fatto la gara per lui. A metà mi ritrovai in testa, stavo benissimo, ma a 5 km dall’arrivo un bivio mal segnalato mi fece sbagliare percorso. Fui costretto a tornare indietro. Ritornai al bivio incriminato, e poco dopo mi comunicarono che il primo era passato da circa un minuto. In quel momento trovai delle energie incredibili, iniziai a spingere a fondo nonostante avessi già 38 km nelle gambe. Ripresi il primo e andai via al doppio della velocità. Al traguardo c’era Annie ad aspettarmi. Mi disse che era sicura che avrei fatto qualcosa di eccezionale, l’aveva visto nei miei occhi al momento della partenza».
Il ricordo più bello e quello che vorresti dimenticare?
«Non ho sconfitte o ricordi che voglio dimenticare. Ogni gara, anche quando non va come spero, mi lascia sempre qualcosa di positivo, un ricordo che vale la pena di tenersi stretti. In questi anni ho imparato ad ascoltarmi, so benissimo che non posso più essere competitivo come lo ero qualche anno fa: sia perché il tempo passa, sia perché mi alleno meno dal momento che sono impegnato come organizzatore e come redattore di Spirito Trail. Così cerco di gestire le gare al meglio e godermi quello che ho intorno».
Essere un atleta del Team Lafuma International ti ha permesso di conoscere tanti campioni. Ci racconti qualche aneddoto, qualche avventura particolare?
«Se dovessi fare un nome solo, direi Corinne Favre. Lei è la quintessenza dell’imprevedibilità, e allo stesso tempo è veramente al top quando si tratta di fare quella che noi chiamiamo “fiesta”. A tal proposito, al Defi de l’Oisans (200 km e 12.000 metri di dislivello positivo, in 6 tappe) nel 2003, una sera ci siamo tuffati vestiti in una fontana di acqua calda, insieme ad altri trailers. Devo dire che il Team Lafuma per me è ormai una grande famiglia, l’amicizia è il valore più importante ed è assolutamente assente l’invidia. Gli atleti del Team sono di livello assoluto, da Antoine Guillon a Karine Herry, a Pascal Blanc e Virginie Govignon».

Da dove viene il tuo soprannome “Maudellevette”?
«Maudellevette è nato nella lista DRS (Dead Runners Society), una comunità online di podisti. Ai tempi ero l’unico che correva in montagna e che raccontava le sue avventure. Il nome mi è piaciuto, e me lo tengo stretto!».
Tu incarni molto quello che è lo spirito trail. Per tanti sei un esempio da seguire. Cosa ne pensi?
«Non credo di essere un esempio da seguire. Ho molti difetti, ma è facile comprendere come sono fatto. Sono quello che possono vedere tutti. Le cose le faccio solo se ci credo fino in fondo. E allora, in questo caso, dedico tutte le mie forze a raggiungere l’obiettivo. Sono convinto che ci siano valori che non bisogna mai dimenticare (la lealtà, la correttezza, l’amicizia), e in gara li porto sempre con me. Amo condividere i momenti felici con gli altri trailer. Non so più quante volte ho tagliato il traguardo mano nella mano con qualcuno. E almeno in tre occasioni, ho condiviso anche la vittoria. Questi momenti hanno fatto sì che con queste persone si creasse una bella amicizia. Tutto torna!».

Ci sono stati eventi tragici che hanno segnato il mondo del trail. Quali consigli puoi dare a chi frequenta la montagna?

«Tristemente devo dire che ormai i morti a causa del trail sono troppi. In alcuni casi si può parlare di mancanze da parte dell’organizzazione, altre volte sono i trailer che si sentono indistruttibili e sottovalutano la montagna. Chi ha una storia di lungo corso di alpinismo, sa che in quest’ambiente le condizioni del tempo cambiano in modo repentino ed è assolutamente necessario avere con sé il materiale che permetta di sopravvivere anche in caso di infortunio o malore. Ma ultimamente, nel trail, ci sono anche molti atleti senza esperienza, che sottovalutano questi fattori. Sta a noi organizzatori sensibilizzarli. Obbligarli ad avere nello zaino il materiale necessario. Chi non segue le regole, è giusto che venga squalificato. Un intervento in montagna, oltre a mettere a rischio la vita dell’infortunato, molte volte mette in pericolo anche quella dei soccorritori».
Il Trail del Monte Casto, la gara che organizzi nel tuo paese Andorno Micca, è diventato un appuntamento fisso per molti. È considerata la grande festa del trail. Un ritrovo di amici. Quando hai cominciato, pensavi potesse diventare così?
«Sette anni fa, quando è iniziata l’avventura, volevo semplicemente far conoscere le bellezze della Valle Cervo, dove sono nato, e far scoprire i sentieri che percorrevo in allenamento. Non immaginavo che potesse diventare una gara con 800 iscritti. Con quasi tutti i big al via, e con la chiusura delle iscrizioni anticipata! Devo dire che ogni anno, al momento delle premiazioni, quando la tensione cala, sento l’emozione salire. È bello vedere tutti quegli amici felici di aver passato una giornata insieme sui sentieri biellesi. È una cosa che mi riempie semplicemente di gioia!».
Grazie al trail e alle tue amicizie, sono nate molte iniziative benefiche…
«Ogni anno mi occupo di raccogliere fondi per i nipotini di Dawa, che vivono in Nepal. Nel giro di qualche anno, due fratelli di Dawa Sherpa sono morti. I loro figli avevano un sogno: andare a studiare a Kathmandu, per avere più opportunità una volta divenuti grandi. Quel sogno si è infranto al momento della morte dei loro padri, unica fonte di sostentamento in famiglia. Così abbiamo iniziato questo progetto di adozione a distanza, che permette ai ragazzini di frequentare un college a Kathmandu e di continuare a sognare. Poi, in occasione del Trail del Monte Casto, raccolgo t-shirt tecniche da inviare in Benin in occasione del Reggae Raid, organizzato dall’amico Widy Grego. E quest’anno raccoglieremo anche scarpe da corsa usate (ma ancora in buono stato) da inviare nei paesi bisognosi, in collaborazione con il Lions Club di Rivarolo Torinese e con l’amico Roberto “Rob” Negri, organizzatore del Trail del Monte Soglio».
Dawa Dachhiri Sherpa. Chi è, e cosa rappresenta per te?
«Dawa ha vinto gare in tutti i continenti, è un atleta incredibile ma soprattutto è l’icona del trail. È lo spirito trail allo stato puro. Sempre con il sorriso sulle labbra, sempre disponibile con tutti. Gli anni passati da bambino in un monastero tibetano gli hanno portato in dote un’umiltà, una semplicità, una filosofia di vita da far rimanere senza parole. È un caro amico, che ho sempre nel cuore!»
Concludiamo con una domanda classica: il tuo sogno nel cassetto?
«Il sogno nel cassetto? Che questo mondo, intendo quello del trail, non si lasci mai trascinare dalla competitività sfrenata e dalla possibilità di usare scappatoie per raggiungere gli obiettivi. Sogno che saranno sempre la condivisione dell’amore per la natura, la montagna e l’amicizia a prevalere».
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