Testo di Roberto Bernareggi

Io sono un runner. Al più, un ciclista. Certo so nuotare. Ma per quanto riguarda il mare, non sono mai andato oltre una spiaggia o una crociera in motonave. Esperienze poco raccomandabili, per uno che come me non ama il casino e le vacanze organizzate. Però la proposta di un amico skipper – una settimana in barca a vela – mi ha allettato subito. Me l’ero immaginata benissimo: aperitivi sul ponte, sbarco nei porticcioli per rilassanti cenette, bagni di giorno e passeggiate di sera. E avevo preparato tutto il necessaire: una decina di magliette stile “lupo di mare”, bermuda, scarpe da vela, asciugamani da spiaggia…
Ma l’ho capito appena atterrato ad Alghero, che qualcosa non girava nel verso giusto. Quando, dopo le presentazioni, il mio amico ha portato tutto l’equipaggio a fare la spesa. Mezzo pomeriggio sotto il sole cocente a trasportare in barca casse di acqua, fagioli in scatola, pacchi di pasta, biscotti e quant’altro. Ma non doveva essere una vacanza???
E poi, appunto, la barca. Altro che Jacuzzi sul ponte! Per farmi il letto (pardon, la cuccetta) ho dovuto strisciare come un marine e infilarmi in una sorta di loculo. La cabina di poppa. Poppa è la parte dietro della barca. Mi hanno spiegato che funziona al contrario rispetto alle donne, che le poppe le hanno davanti. Giusto perchè mi ricordassi. Mi hanno spiegato un sacco di altre cose: che in barca non si dice “corda”. Perchè ce ne sono troppe e bisogna distinguerle. Così si chiamano cime, scotte, drizze… In mare ogni cosa ha un nome diverso. Il secchio dell’acqua è un bugliolo. La sala da pranzo (se così si può dire) una dinette. I ripostigli diventano gavoni. E poi la barca dondola. Sempre. Persino quando il mare è calmo. Così per cucinare si usa una cucina basculante, con le pentole che ci ondeggiano sopra quando la sbobba bolle. Se vai al gabinetto, la carta igienica non si butta: ma si appallottola e si mette da parte per non intasare il tubo. Poi, quando si sbarca a terra, tutti in fila come i Re Magi diretti ai bidoni della monnezza.
La prima sera, già volevo tornare a casa. Meditavo di farmi portare in taxi all’aeroporto e prendere il primo volo. Scrivevo sms disperati agli amici. Ho passato un’ora, prima di cena, seduto a prua (quella davanti) con lo sguardo perso nel vuoto. Muto. Ormai era troppo tardi per tornare indietro.
Il secondo giorno mi ero scelto un nome di battaglia: Spartacus. Un nome, una promessa. Mi sentivo in catene, ma avrei fatto la rivoluzione. Avrei fatto boicottaggio. Le corde avrei continuato a chiamarle corde. Avrei sobillato la ciurma. Avrei costretto il capitano a fare rotta ogni sera su un porto. Per ubriacarmi e dimenticare. Ma poi mi sono distratto. Avevo troppo da fare. Innanzi tutto per restare in piedi: perchè la barca a vela ha questa strana abitudine di procedere tutta inclinata. E se non ti reggi da qualche parte, rischi di finire a mare. Così, tanto per reggermi, ho scelto come appigli gli swinch. Che sarebbero poi dei mulinelli attorno a cui bisogna arrotolare le corde per muovere le vele. Reggi oggi, reggi domani, sono diventato un prodiere perfetto.

E un po’ alla volta, è successa una cosa strana. Ci ho preso gusto. Sarà stato quel primo bagno del mattino in rada; saranno state le risate con gli amici a cena, davanti a un tramonto che non si può descrivere; sarà che mi divertivo a mollare l’ancora con il telecomando; sarà che alla fine, a forza di sentir parlare di “corpo morto”, non vedevo l’ora di arrivare in un porto per provare la manovra; saranno stati i nodi dei parabordi (ci ho messo un po’, ma alla fine li ho imparati). Sicuramente ci hanno messo del loro anche i delfini: che ci hanno accompagnato per alcuni tratti con salti e capriole. Insomma, la barca a vela mi ha stregato. Con tutti i suoi annessi e connessi. Compresi gli scazzi tra l’equipaggio, presto dimenticati davanti a una bottiglia di Gin (caldo, perchè il frigorifero funziona solo quando il motore è acceso).

Alla fine della vacanza, Spartacus era morto. Gli “amici” mi hanno soprannominato Sapientino. Dicono (invidiosi) che volevo fare il primo della classe e conquistarmi le simpatie del capitano. A proposito: capitano, a quando la prossima?
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