Il piccolo Abdel si distende sul tappetino da yoga con un sorriso trionfante. Avrà si e no otto anni, jeans strappati e faccia da scugnizzo; si è materializzato mentre montavamo le tende, nel bel mezzo di uno scenario di dune sabbiose, sbucando fuori da chissà dove insieme a suo fratello di pochi anni più grande: il deserto è sempre una sorpresa, e a volte luoghi che ci sembrano remoti e disabitati sono assai meno solitari di come li percepiamo. I due si sono presentati timidamente, un po’ di soppiatto, magneticamente attratti dalla visione delle nostre biciclette.
C’è da capirli, del resto: un gruppo di dieci persone con dodici possenti fat bike a pedalata assistita non è cosa da tutti i giorni neppure in Italia, figuriamoci poi nel sud del Marocco, a poche decine di chilometri dal confine con l’Algeria.
Questo campo tendato, insieme con quello della notte precedente posto in un avvallamento tra le dune un centinaio di chilometri più a est, è insieme il cuore e la sintesi di un viaggio davvero unico, organizzato per la prima volta da Fat Bike Paradise, la struttura guidata da Luca Santini specializzata in escursioni e viaggi in fat bike “elettriche” in Italia e in alcune selezionate destinazioni mondiali. L’unicità dell’esperienza non è semplicemente un modo di dire: ad oggi, infatti, non c’è possibilità di trovare un altro mix capace di riunire i mezzi, le esperienze e le competenze che caratterizzano questo viaggio. In primo luogo la flotta di 10 fat bike KTM a pedalata assistita, ancora una “ricca” rarità sul mercato (e infatti hanno dovuto essere trasportate via terra dall’Italia, espressamente per questo viaggio), di grande affidabilità e dalle eccellenti prestazioni.
Le fat bike
Un mezzo davvero tutto da scoprire, che permette di percorrere piste sterrate come una mountain bike ma anche di “galleggiare” sulla sabbia finissima delle dune, salendo e scendendo da pendenze quasi vertiginose con un divertimento assoluto, all’interno di un panorama spettacolare. Già, perchè la cosa interessante è che non è necessario essere ciclisti provetti per utilizzare questo tipo di mezzi: con poche istruzioni sull’uso del cambio, del motore e del modo di affrontare le pendenze si è già in grado di vagabondare su e giù per le dune, affrontando pendenze che una fat bike muscolare non consentirebbe di sicuro. Certo, poi più una persona è allenata e tecnicamente preparata, più le possibilità si moltiplicano, e con esse il divertimento. Ma in sostanza di tratta di un mezzo straordinariamente “democratico”, capace di regalare emozioni sia ai bikers più esperti, sia ai novizi assoluti (inclusi quelli, come me, un po’ imbranati e un po’ fifoni).
Una guida d’eccezione
Nel deserto, però, bisogna arrivarci, e conoscere i posti migliori: i più adatti, i più spettacolari, i più sicuri. E qui subentra il secondo ingrediente della ricetta: l’esperienza di Luca Santini, che da oltre trent’anni vive e viaggia un po’ in tutto il mondo, con una predilezione particolare per le zone più aride del pianeta, organizzando viaggi formativi ed esperienziali in ambito outdoor e supportando prestigiose spedizioni scientifiche (National Geographic, Musée de l’Homme, British Museum). Santini (che ha al suo attivo persino una Parigi-Dakar corsa in gioventù) si muove insomma in queste zone come “uno del posto”, orientandosi perfettamente e disegnando itinerari che si discostano dalle piste battute e raggiungono luoghi, villaggi e panorami al di fuori dei circuiti turistici più frequentati.
A questo si somma l’esperienza organizzativa, perché – diciamocelo – non è mica facile da queste parti allestire tutto quello che serve per portare in giro dieci persone, farle dormire più o meno comodamente in zone dove da dormire di fatto non ce n’è, e magari coccolarle anche facendo trovare, a ora di pranzo, un picnic allestito sotto un’acacia a base di panini con coppa mantovana e prosciutto di Parma. Senza contare tutta la parte, essenziale, di supporto tecnico: i fuoristrada che seguono il gruppo con discrezione, trasportando i bagagli e facendosi trovare solo quando c’è bisogno; i generatori per la ricarica delle batterie per i motori delle bici; il “pronto intervento” per le inevitabili forature (ci sono zone costellate di graziosi fiorellini che però nascondono spine tanto grosse e appuntite da forare anche le gomme più rinforzate e foderate; chi scrive ha avuto anche la furbizia di sedercisi sopra, e assicuro che è un’esperienza indimenticabile).
Yoga nel deserto
E poi, la ciliegina sulla torta: le sessioni di yoga guidate da un insegnante qualificato. Due al giorno, al mattino e alla sera, fantastiche per stiracchiare e distendere il fisico affaticato dalla pedalata, e anche per godere al meglio dell’ambiente naturale. Perché fare yoga all’aperto, sulla cima di una duna nella luce del tramonto, non è solo un modo per rilassare i muscoli, ma è quasi un’esperienza spirituale. Lo ha capito anche il piccolo Abdel, che tutto fiero – dopo aver provato una delle nostre biciclette, alta circa quanto lui – ha voluto aggregarsi al gruppo.
Questo in sintesi, il nostro viaggio. Siamo partiti da Marrakech, in sette giorni, alternando trasferimenti in fuoristrada per le parti più lunghe e meno interessanti a pedalate dell’ordine dei 30/50 km a giorno nelle zone più suggestive e spettacolari. Abbiamo visitato alcuni dei luoghi più celebri del Marocco e alcune delle aree più nascoste e remote: dal villaggio fortificato di Ait Benhaddou ai palmeti della Valle della Draa, fino ai paesini sperduti alle porte del deserto, oltre la cittadina di Zagora (che come dice un fotografatissimo cartello, si trova “a 52 giorni di carovana da Timbuctù”), per poi perderci negli spazi sontuosi del Sahara. Luoghi che sono comunque magici, ma che – se percorsi in sella a una bicicletta – diventano un’esperienza davvero unica e preziosa.
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