Gediminas Grinius, classe 1979, non è ancora diventato famoso ma farà parlare molto di sè. Numero due nella classifica dell’Ultra Trail World Tour 2015, ha all’attivo anche un terzo posto nell’Ultra-Trail World Tour 2014. Lo scorso marzo si è piazzato secondo alla Transcanaria (125 km) con un tempo di 13:45:08. Lo abbiamo incontrato.
– Chi sei e cosa fai nella vita oltre a correre?
Sono nato nel 1979 e vengo dalla Lituania. Vivo e lavoro in Polonia presso la Nato. Sono sposato e ho due figli di 8 e 10 anni.
– Come è nata questa tua passione per il trail?
Mi piace passare il tempo nella natura, sia da solo che con amici, a seconda dell’umore. Questo sport mi ha dimostrato che sono in grado di gareggiare ad alti livelli, e come spesso succede quando ti rendi conto che sai fare bene, vuoi fare ancora meglio. Direi che sono questi i motivi per cui amo questo sport: posso godermi la natura e posso essere competitivo.

– Chi sono i tuoi amici (e i nemici) nel mondo del trail running?
Fortunatamente non ho “nemici”, o se non altro non ne sono al corrente [ride]. Credo di avere molti amici: prima di tutti il team Vibram, che è molto più di una squadra, è una famiglia. Oltre a loro molti runner, come Julien Chorier. Molti magari non sono amici stretti, ma si parla e siamo come camerati.
– Qual è la gara più difficile (anche psicologicamente) che hai affrontato?
Due sono le gare in cui ho fatto davvero fatica: l’UTMB fisicamente, mentre dal punto di vista psicologico il Grand Raid de la Réunion. All’UTMB avevo una vescica sul calcagno del piede, e sono stato costretto a correre sulle dita, affaticando i quadricipiti. A dieci chilometri dalla fine decisi di abbandonare la gara, sapendo che di lì a un mese ne avrei avuta un’altra, in Giappone, di 100 km. Al Grand Raid de la Réunion mi ritirai dopo circa 110/120 km, sul picco del Maido, quando ormai la gara era “finita” perché iniziava la discesa, ma ero troppo stanco, probabilmente a causa di una stagione davvero impegnativa (Western States, UTMB, UTMF). Lì la mia mente mi tradì, persi concentrazione e cominciai a fare cose insensate, come immergermi nei torrenti, cercare banane sugli alberi. A quel punto pensai: “Basta così, non posso farcela questa volta”, e abbandonai la gara.
– Com’è il rapporto di un atleta di alto livello con la famiglia? Non so se i miei figli mi vedono come un atleta, pensano che gli atleti facciamo altri tipi di sport. Sicuramente percepiscono che questa attività mi dà una grande gioia, che correndo sono un padre migliore di quello che sarei se non corressi. Mia moglie è un enorme sostegno: viene con me a tutte le gare, mi aiuta nelle tappe ed è grandioso perché ormai sa esattamente cosa mi serve. Mi mette la frontale, mi dà le bevande di cui il mio corpo ha bisogno… E si mette il cappellino anche lei! Un affare di famiglia!
– Il tuo allenamento tipo?
Dopo che esco dall’ufficio alla NATO, che è il mio lavoro principale, vado a casa correndo. Il percorso può essere di 25 km o 30 km, e preferisco quello più lungo perché attraversa il bosco e posso vedere di più la natura.
– Com’è la tua alimentazione?
Nel quotidiano ho un’alimentazione che comprende grassi e proteine, ma non mangio carne: quindi le proteine sono in polvere o di pesce, e per i grassi sempre pesce (per esempio salmone), avocado, nocciole. Durante le gare però assumo anche carboidrati.
– Chi è il tuo campione di riferimento?
Sai, credo che tutti gli atleti abbiano delle qualità alle quali vorrei attingere. Kilian Jornet è umile pur essendo così dotato, e per questo vorrei assomigliargli; François D’Haene è velocissimo e ha grandi capacità di hiking; l’americano Jason Schlarb è un perfetto padre di famiglia. Penso che tutti abbiano delle doti speciali per cui possono essere modelli per gli altri.
– Qual è stato l’errore più grande che hai fatto (sportivamente parlando)?
L’errore più grande della mia carriera è stato probabilmente quello di non cominciare prima a fare trail running!
– Per te conta più il calcolo o l’istinto?
Entrambi. Preferisco l’analisi per molti aspetti, così da avere un piano. Ma se quel giorno il piano non funziona o non è adatto a come mi sento, dò ascolto al mio istinto.
© riproduzione riservata

