«Io lo guardavo correre ogni volta più incredulo a tanta bellezza. La sua falcata era esemplare, armoniosa, elegante e perfino possente…E mi insegnava a giudicarne un passo (pendolare, circolare, tacco e pianta finlandese, a linee incrociate ecc.), a valutarne la coordinazione, il sincronismo con le braccia. Lo ammiravo abbastanza per non invidiarlo e sparlarne come quasi tutti…». Sono parole di Gianni Brera, che in un pezzo memorabile così parlava di Ottavio Missoni.
Atleta, stilista, anima zingara. Sulla breccia da quasi un secolo (lo scorso febbraio ha compiuto 91 anni). Ottavio Missoni aveva partecipato alle Olimpiadi di Londra nel 1948. E quest’anno – un anno particolare perchè ci saranno di nuovo le Olimpiadi a Londra – si parlerà ancora di lui. Non come atleta, ma come stilista: il suo brand ha infatti reinventato e portato sulle passerelle la vecchia tuta in maglia di lana color pavone, che era la divisa ufficiale dei giochi olimpici del ’48. Se la guerra non lo avesse fermato, avrebbe potuto dare allo sport italiano traguardi supremi. In ogni caso, pur disastrato da tre anni di prigionia, a Londra conquistò la finale sui 400 ostacoli piazzandosi sesto.
Al “fenomeno Missoni” aveva dedicato un lungo servizio il primo numero della rivista “Jogging”, nel maggio 1980. Il servizio era stato realizzato dal sottoscritto, e da un altro “grande vecchio”: il giornalista e alpinista Rolly Marchi, anche lui oggi ultranovantenne. E conteneva alcuni spunti che possono considerarsi ancora oggi attuali. Per esempio i consigli di Ottavio Missoni agli ultracinquantenni che corrono (o che vorrebbero farlo):
«Ognuno dovrebbe farsi fare un test fisico per conoscersi bene e saper fin dove si può spingere. Il mio concetto è che ogni uomo, o donna, dovrebbe fare ogni giorno almeno un po’ di esercizio fisico. Però guai a farsi fregare dall’orgoglio, a dire ho fatto questo in mezz’ora, eccetera».
E ancora: «I momenti del correre nella vita di un uomo sono situazioni staccate. Da ragazzo, a Zara, tutti i nostri giochi erano basati sulla corsa. Più tardi è venuto il momento dell’agonismo. Poi c’è il terzo momento: che vuol dire salute, libertà, scelta dei percorsi…Quando corro faccio sempre pensieri meditativi. Penso ai colori, a un film o a un libro. Comunque non sono mai pensieri arrabbiati. La corsa è naturalmente distensiva: questa è la sua forza».

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