C’è chi si limita a produrre scarpe da outdoor, e chi – dopo averle prodotte – decide di andarle a testare direttamente sul campo, mettendo in piedi una vera e propria spedizione alpina. È il caso di Marco Zamberlan, dell’omonima azienda produttrice di calzature tecniche.
Insieme agli alpinisti Caio Pellizzari, Stelvio Frigo, Michele Barbiero, Vlad Moroz e Vasily Voloshin, Zamberlan ha raggiunto la cima dell’Ama Dablam (6.814 metri), una delle montagne più affascinanti dell’Himalaya. Ecco che cosa ci ha raccontato.
– Allora Marco, questa era una spedizione “aziendale” diciamo, un modo per festeggiare il vostro 85° anniversario. È la prima volta che fate una spedizione di questo tipo, intesa come pianificata sotto l’egida del vostro brand? Se no, dove siete andati nelle precedenti?
Siamo stati nel 2004 in Aconcagua (Sud America), nel 2009 in Nepal (Baruntse), e quest’anno appunto di nuovo in Nepal sull’Ama Dablam.
– La vostra è un’azienda familiare da ben tre generazioni. Cosa ti ha detto papà Emilio alla partenza?
Di divertirmi in sicurezza e di tornare a casa salvo.

– Puoi raccontarci chi erano i componenti del team? Se non sbaglio alcuni fanno parte dell’azienda russa Red Fox, vostro partner in quel paese. Come si attua esattamente questa partnership?
Eravamo in 3 italiani e 2 russi. Gli italiani Stelvio Frigo e Claudio Pellizzari, amici miei di arrampicata, i russi Vlad moroz e Vasily Voloshin, rispettivamente proprietario del marchio Red Fox e nostro sales manager per il marchio Zamberlan in Russia. Essendo loro produttori di abbigliamento da montagna, il connubio è stato ideale per testare i loro prodotti e le nostre scarpe da alta quota.
Leggi anche: Salewa Influencer Summit, una prova sul campo dei nuovi prodotti
– Parlando delle tue esperienze, quali attività pratichi maggiormente in montagna? La vostra sede si trova proprio alla base delle Piccole Dolomiti, le frequenti spesso vista la loro vicinanza o preferisci muoverti a vedere altri angoli delle Alpi?
Ho praticato molto l’arrampicata alpina e le cascate di ghiaccio. Ho frequentato molto le Alpi e le Dolomiti, ho arrampicato anche in Canada, Korea, Scozia e America. Non ho mai fatto vie estreme e l’interesse è sempre stato di visitare nuovi posti poco frequentati.

– Eri già stato in Nepal? Quando? Lo hai visto cambiare da allora?
Nel 2009 per il Baruntse, il cambiamento soprattutto nella valle del Khumbu e’ evidente. Sta diventando tutto più turistico e commerciale. Questa valle un po’ alla volta perderà la sua identità purtroppo. Mi è spiaciuto molto per esempio vedere le immondizie sui sentieri e un degrado per la troppa gente che frequenta questi posti.
– Negli ultimi anni tra popolazione locale, in particolare i portatori sherpa e gli alpinisti delle spedizioni occidentali ci sono state alcune occasioni di scontro. Come sono stati i vostri rapporti con i portatori? Vi siete appoggiati a Sherpa anche oltre il campo base? Che idea ti sei fatto del problema?
Abbiamo sempre avuto un grosso rispetto per queste persone e pertanto abbiamo sempre avuto dei rapporti di amicizia, tanto che ho amici a Katmandu con cui ci scriviamo regolarmente. il problema deriva dal fatto che in passato sono stati troppo sfruttati dalle agenzie e poco pagati. Loro hanno ragione e spero che le loro condizioni con il tempo vadano migliorando. Nel 2009 un portatore veniva pagato 5 dollari al giorno, oggi siamo sugli 8/10 dollari, ma sono ancora pochi. Cerchiamo quindi alla fine della spedizione di lasciare loro oltre che del materiale anche una somma di denaro consistente. Per i campi alti ci siamo arrangiati, i portatori li abbiamo avuti fino al campo base.
– Raccontaci un po’ nel dettaglio come si è svolta la spedizione: è questo il periodo migliore per andare all’Ama Dablam o è possibile tentarlo anche durante la stagione pre-monsonica in primavera? Quali sono le caratteristiche della via di salita che avete seguito? C’era molto affollamento su questa montagna nel periodo in cui eravate là voi?
La spedizione si è svolta arrivando a Lukla in aereo da Katmandu, poi proseguendo verso Tame (una laterale della valle del Khumbu) abbiamo fatto un trekking e salito dei passi a 5.300 mt per fare un buon acclimatamento. Siamo poi stati sul Labouche Peak, quota 6.100, per poi andare al campo base dell’Ama Dablam.
Il trekking è durato circa 10 giorni, e la salita all’Ama Dablam 5. Sul Labouche peak non ci sono stati particolari problemi in quanto le condizioni erano favorevoli e le corde fisse le abbiamo messe noi andando in su. Il problema è stato sull’Ama Dablam: 4 giorni di neve, corde fisse rovinate e non fissate sopra il campo 2 e troppe persone sul posto hanno comportato dei problemi di logistica e situazioni di pericolo.
Il giorno prima del nostro tentativo, un francese è morto perché una corda fissa si è staccata. Noi abbiamo avuto una guida che si è lussata una spalla per il cedimento di un chiodo e uno dei 2 russi che è caduto per 10 metri per la rottura di una corda fissa slogandosi una caviglia. Al campo base c’erano 120 tende. Troppe persone concentrate in un lasso di tempo troppo breve. Come periodo di salita si può considerare maggio, dove però è più facile che nevichi, o ottobre-novembre con tempo probabilmente più stabile ma con le giornate più corte.
Leggi anche: La nuova collezione da scialpinismo Dynafit
– Parliamo di comunicazione: avevate con voi un telefono satellitare, vero? Abbiamo visto che sulla pagina facebook dell’azienda però avete preferito pubblicare solo qualche scarno aggiornamento, senza fornire resoconto e dispacci quasi giornalieri sullo svolgersi della salita. Come mai questa scelta?
Avevamo un telefono satellitare che usavamo solo per dire a casa che stavamo bene. Per quanto riguarda la comunicazione, faremo qualcosa prossimamente, lo scopo era testare un nostro prodotto e non fare una pubblicità.
– Realizzerete un documentario o uno slide show su questa esperienza? Se sì, avete già pianificato una data e una location?
Faremo un dvd e qualche serata locale. Il dvd sarà fornito a tutti i nostri distributori e clienti più importanti, e oltre al racconto della spedizione saranno spiegate le caratteristiche tecniche del prodotto utilizzato.
– Parliamo di attrezzattura, e partiamo ovviamente dalle calzature, la spedizione è stata un ulteriore occasione per mettere alla prova il vostro scarpone d’alta quota Karka RR, presentata a Ispo 2014, evoluzione del modello Denali 6000. Che riscontri avete avuto nell’utilizzo? Avete predisposto ulteriori modifiche al ritorno dal viaggio o la scarpa è stata ritenuta perfetta? Oltre alla Karka avevate con voi altri modelli di calzature Zamberlan per l’avvicinamento al campo base? Quali?
Il Karka si è dimostrato uno scarpone eccezionale, molto caldo e comodo da subito. Nessuno ha avuto problemi a parte una sudorazione importante in quanto le temperature che abbiamo avuto non sono mai state estreme. Abbiamo fatto un meeting con i membri della spedizione in cui tutti hanno suggerito dei piccoli miglioramenti da apportare, che saranno già fatti dalle prossime produzioni. Per l’avvicinamento abbiamo usato il nostro modello Crosser, leggero e molto comodo pur avendo una suola Vibram ben strutturata.
– Ora una domanda curiosa: tirando le somme di quest’esperienza, a proposito dell’attrezzattura, c’è qualcosa che, se tornassi, lasceresti a casa e qualcosa che invece porteresti?
Non credo, tutto era misurato visti i soli 20 kg che si hanno a disposizione per l’aereo.
– Qual è il primo ricordo che ti verrà in mente della spedizione ogni volta che incrocerai con lo sguardo una fotografia di questa montagna?
Le persone con le quali abbiamo fatto questa esperienza, non solo i partecipanti ma anche le guide nepalesi e gli sherpa.
– Torniamo all’azienda, è stato facile assentarsi per un periodo di questo tipo dal lavoro? Cosa hai fatto i giorni prima della partenza per sentirti tranquillo di aver lasciato tutto predisposto perché i tuoi collaboratori potessero fare a meno di te?
Fortunatamente ho una sorella molto brava che lavora in azienda, e alla quale ho lasciato un bel po’ di lavoro da fare. Abbiamo anche dei bravissimi collaboratori, e quindi sono fortunato.
– Hai già in mente un posto dove vorresti organizzare la prossima spedizione?
Ci piacerebbe andare in Pakistan o in Patagonia.
– Il vostro è un brand fortemente rivolto all’estero, recentemente avete ricevuto un premio (il premio Pigafetta per il lavoro e il progresso economico della Camera di Commercio di Vicenza) che vi riconosce proprio questa peculiarità, il 90% del fatturato infatti proviene dai mercati esteri. Quali sono le ragioni e le vicende che vi hanno portato in questa direzione?
Storicamente la Zamberlan è orientata ai mercati esteri, dove il marchio è sicuramente piu’ conosciuto. Papa’ ha avuto questa lungimiranza quando gestiva l’azienda, e noi proseguiamo per questa strada.
– La vostra azienda oltre alla sede produttiva ospita anche un negozio che commercializza le vostre calzature e altri prodotti complementari per l’outdoor, inoltre ha dato vita all’associazione Aza Climb. Puoi dirci esattamente come è nata l’associazione e che ruolo svolge? So che recentemente avete anche allargato la parete d’arrampicata che Aza Climb gestisce…
L’associazione è nata con lo scopo di attirare i giovani e di avvicinarli alla montagna. Per questo motivo sono state fatte le strutture interne ed esterne di arrampicata. Recentemente è stata fatta una nuova palestra interna dove tutti possono praticare l’arrampicata e allenarsi per la stagione estiva. Quest’anno inoltre su una delle 2 torri esterne del ponte tibetano sono state tracciate delle vie per il dry tooling e quindi per un allenamento di carattere invernale.
© riproduzione riservata

