Testo di Roberto Scafuri
Dice: “Lavori in barca? Beato te, sempre in vacanza… al mare!”. Lo sguardo complice di amici e conoscenti gronda invidia, e intanto mediti sottili vendette: “Verrete, una volta, in barca… Vi avrò, un giorno, sotto le mie grinfie!”. Ma poi, quando ci sono, concedi grazie e li circondi di premure, così che non capiscono… Non capiranno mai.
Non sono molte, le gratificazioni pubbliche, per uno skipper. Di solito, per chi conduce barche per lavoro (oltre che per passione), si limitano al proprio mondo interiore: l’impagabile sensazione d’ingresso in porto o in rada al tramonto, una stellata che altri, i terricoli, se la sognano… Quando va bene, si arriva al saluto grato di chi c’è stato, di chi ha cominciato a capire, di chi sotto sotto ti ringrazia solo perché gli hai consentito di salvare la ghirba (specie dopo un mare vivo, cioé agitatuccio).
Ma ciò che di meglio possa capitare, a un capitano (sottile – ma palpabile, in barca – la differenza con uno skipper), è avere nell’equipaggio un tipo come Spartacus. Un “anti-marinaio” in partenza, mai salito sui nostri gusci sicuri come un sughero, ricco soltanto di pregiudizi terrestri e incline a non distinguere poppa da prua. Per lui candeliere e pulpito stavano meglio in chiesa, il timone è un volante sproporzionato, la falchetta una donna predatrice.
Però, allo stesso tempo, uno sportivo, un curioso, un animo sensibile ma rude quando serve. Insomma, un uomo vero. Con la capacità, qualunque sia lo stato anagrafico di decomposizione, di mettersi in gioco come solo gli animali carichi di umanità sanno fare (nulla a che vedere con quanti girano tronfi della loro – presunta – appartenenza al genere “sapiens sapiens”).
Ecco, quando ti capita uno come Spartacus (tale resterà, al di là del suo stato di “liberto” e della sua “sapienza” di recente conio), allora sulla barca suona un’altra musica, un’altra sinfonia. E il capitano si bea. Segue con trepidazione i progressi del suo “pupillo”, lo vede man mano prendere confidenza con il mezzo (in fondo la cosa meno importante), e soprattutto cominciare a capire la poesia. Poi, magari, anche a intuire la fatica che c’è dietro una spedizione velica che, per riuscire a essere “vacanza” e piacere per tutti, pretende armonia e rude dedizione alla Causa. Non para-sindacalismo d’accatto, non lasciva indolenza romanesca, non menefreghismo padano.
Spartacus è il nostro sponsor preferito, l’uomo che deve chiedere sempre, ma lo fa con garbo, nei momenti giusti. Che impara subito e se non riesce riprova senza sosta fino a riuscirci. Che si offre volontario, ma solo quando è sicuro di non nuocere. Che non si tira mai indietro e sa aiutare chi è in difficoltà. Che, a fine giornata, si tramuta persino nel centro di goliardia di cui necessita una spedizione (meglio questo termine di “crociera”, che puzza lontano un miglio di turismo di massa, trattamento standard, divertimento sottosviluppato, cibo un tanto al chilo).
Questo per dire che Spartacus non era un privilegiato, non il “cocco” del capitano suo, ma s’è guadagnato sul campo i galloni di “uomo di mare” anche se nativo della verde Brianza, dove il mare lo vede col binocolo solo se ciucco marcio (a proposito, deliziosa la “capienza” alcolica di Spartacus, che gli consente uno sballo simpatico e privo di rischi – almeno quando c’è il capitano a sorvegliarlo dolcemente!).
Questo per dire che è stato un onore e un piacere condurre Spartacus nel suo “battesimo del mare”. Questo per dire che sì, Spartacus, ti ci porto. Quando vuoi tornare, questa barca aspett’a tte.
© riproduzione riservata

