Abbandonata la consueta ruvidezza, Reinhold Messner per una sera si è trasformato in brillante show-man. Salendo sul palco dell’Auditorium di Trento e intrattenendo – tra frizzi e lazzi, un po’ in tedesco e un po’ in italiano – una platea di centinaia di persone. La serata clou della 60a edizione del Trento Film Festival è stata l’occasione per ripercorrere 60 anni di storia dell’alpinismo. Raccontati dalla viva voce dei protagonisti.

Applausi scroscianti quando in sala è entrato, un po’ incerto sulle gambe ma ancora prestante, Rolly Marchi, uno dei pionieri dell’alpinismo. Scalava negli anni ’50, ma non si limitava a quello: sciava, scriveva (è giornalista e scrittore), praticava ciclismo, organizzava manifestazioni come il Trofeo Topolino. “Questo mese – ha detto emozionato – compirò 91 anni”. Insomma, quasi un secolo da grande protagonista.
“Con lui, sempre negli anni ’50, si era conquistato un nome sulle montagne anche Cesare Maestri – ha ricordato Messner -. Che però oggi non ha potuto essere con noi”. A rievocare le imprese del “ragno delle Dolomiti”, un’intervista video in cui lui stesso ha raccontato la sua vita in alta quota. Presente solo sullo schermo (ma pure lui giustificato a causa dell’età), l’inglese Joe Brown. Che ha raccontato: “Ho iniziato con un gruppo di amici, senza sapere bene quello che facevo. Ci aiutavamo con pezzi di corda e improvvisavamo. La prima impresa fu la scalata di una cascata. Allora non potevamo neppure pensare a eventuali cadute. Sarebbero state fatali. E così anche in seguito, pur usando dadi e protezioni, non pensavo mai di poter cadere. Arrivavo in alto, e molte volte sulla vetta mi rattristavo: perchè la conquista era finita”.
Un pensiero a Walter Bonatti, e poi Reinhold Messner è passato agli anni ’60. Introducendo Armando Aste, classe 1926. Fu lui, nel ’62, a “firmare” la prima italiana alla parete Norda del “mostro” Eiger. “Avevo deciso di partire con Franco Solina – ha ricordato Aste -. Poi Pierlorenzo Acquistapace chiese di unirsi a noi. Beh, pensammo, in fondo è meglio. Perchè se uno viene colpito da un sasso, si rimane comunque in due ad affrontare la discesa. Allora era così. Non c’erano cellulari. Non si poteva avvisare nessuno. Oggi sull’Eiger le guide ci portano i clienti”.
Anni ’70. E’ la volta dell’austriaco Albert Precht. “Quest’uomo – ci ha tenuto a precisare Reinhold Messner – ha effettuato nella sua vita oltre mille prime ascensioni”. E ha continuato: “Ha iniziato ad arrampicare quando si usavano ancora staffe e scarponi. Ed è diventato il più grande alpinista in libera. Lui è l’uomo delle rocce”.
Protagonista degli anni ’80 è invece un francese, Cristophe Profit. Che si è conquistato la fama con imprese spettacolari. La più famosa è senza dubbio il “trittico”, vale a dire l’ascesa delle tre grandi pareti nord delle Alpi: Grandes Jorasses, Eiger e Cervino, effettuata per la prima volta nell’arco di 24 ore il 25 luglio 1985, e per la prima volta in invernale il 12 e 13 marzo 1987, in 40 ore e 54 minuti. “Era il mio sogno da quando avevo 25 anni – ha raccontato Profit -. Sulle Grandes Jorasses mi ero portato anche un piccolo paracadute. Una volta arrivato in cima, mi sono lanciato e sono arrivato diretto a Courmayeur. Adesso ho un altro sogno: rifare il trittico, come guida. Per poter condividere le emozioni di quelli che salgono con me”.
Negli anni ’90, finalmente, è una donna a far parlare di sé. Anche lei francese: Catherine Destivelle, classe 1960. Così tosta da avere affrontato la parte dell’Eiger in invernale. Nel giugno 1991 in 11 giorni di scalata ha aperto anche una via nuova in solitaria sul Petit Dru. “Una donna – ha ammesso lo stesso Messner – che non ha nulla da invidiare agli uomini”. “Anche se – ha precisato lei – la potenza muscolare e la resistenza di una donna non potranno mai essere identiche a quelle di un uomo”.

Con i capelli lunghi scarmigliati, e una faccia da bello e dannato, il tedesco Alexander Huber è il grande protagonista degli anni 2000. Vederlo sul video mentre arrampica in libera e in solitaria sulla roccia fa accapponare la pelle. Movimenti che sono opere d’arte. Adrenalina anche per chi guarda. “Ma ora che sei padre di due figli – si è informato Messner – continuerai con queste imprese? Non pensi a ridurre i rischi?”. “A cambiare la vita – ha risposto Huber – sono gli anni che passano. Sono l’agilità e la concentrazione che diminuiscono. Non i bambini. Per questo continuerò finchè sarò in grado di farlo”.
L’ultimo capitolo di questa storia lunga 60 anni è quello dei giorni nostri. Che vedono protagonisti il valdaostano Hervé Barmasse e Simone Moro (quest’ultimo non presente: ma c’era il “fratello di cordata” Denis Urubku). Barmasse è l’uomo che sta dando una decisa virata al modo di fare alpinismo. Puntando alla riscoperta delle Alpi. “Non è vero che non c’è più niente di avventuroso da fare sulle nostre montagne – ha detto -. Se abbiamo la fantasia e lo sguardo attento, anche dietro casa possiamo riscoprire il gusto dell’ignoto. Ed è proprio sulle Alpi che potremmo anche riscoprire un modo di fare alpinismo meno tecnologico e più naturale. Quando sono salito sul Cervino in solitaria, se mi fosse successo qualcosa nessuno avrebbe potuto soccorrermi. Eppure a meno di un chilometro sotto di me c’erano le piste da sci!”.
© riproduzione riservata

