Il 17 agosto si è concluso Re(mi)gratia, il primo viaggio di Escargot Project. Seicento chilometri in bicicletta da Trieste a Tuzla (Bosnia Erzegovina) , percorrendo a ritroso una parte della rotta balcanica.
Seicento chilometri in bicicletta da Trieste a Tuzla, attraversando Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina e percorrendo a ritroso una parte della rotta balcanica. Il 17 agosto si è concluso Re(mi)gratia, il primo viaggio di Escargot Project: un percorso in bici per incontrare persone e organizzazioni che ogni giorno si confrontano con le conseguenze delle politiche migratorie europee.
«Noi pedaliamo con una bicicletta, un passaporto e la possibilità di fermarci quando vogliamo. Le persone che incontriamo lungo la rotta affrontano gli stessi chilometri a piedi, spesso di notte, sapendo che ogni tentativo può finire con un respingimento. È una differenza che, una volta vista da vicino, non si può più ignorare», ha detto Emanuele Borghetti, uno dei cinque pedalatori partiti da Trieste il 10 agosto.
Il viaggio è iniziato a Trieste con ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà, fondato da Gianfranco Schiavone durante la guerra nella ex Jugoslavia e diventato un punto di riferimento per l’assistenza alle persone in arrivo. L’incontro ha affrontato uno dei temi centrali del progetto: il modo in cui le politiche di accoglienza possono trasformare una situazione gestibile in una presunta emergenza.
A Trieste si parla infatti di 15-20 arrivi al giorno, ma quando le persone non vengono prese in carico gli arrivi si accumulano, rendendo visibile una situazione che potrebbe essere gestita diversamente e contribuendo a creare nella cittadinanza la percezione di una minaccia.

Da Trieste il gruppo ha pedalato fino a Fiume, dove ha incontrato Damir Selimovic della Caritas, che ha gestito il Transition Point della città, per poi proseguire verso Bihać, in Bosnia Erzegovina, a pochi chilometri dal confine con la Croazia e quindi con l’Unione Europea.
Qui Re(mi)gratia ha incontrato No Name Kitchen e Jesuit Refugee Service. I volontari di No Name Kitchen hanno raccontato una frontiera fatta di respingimenti e tentativi ripetuti. Secondo le testimonianze raccolte, le persone fermate dalla polizia croata possono essere riportate oltre il confine dopo la distruzione del telefono o la sottrazione di denaro e scarpe. I controlli comprendono anche droni e cani. Il tentativo di attraversare il confine, spesso a piedi attraverso le montagne, viene chiamato “the game”.
NNK raggiunge le persone anche al campo di Lipa, il più grande della Bosnia, portando medicine, prodotti di prima necessità, scarpe e vestiti. Il gruppo non è potuto entrare nel campo per la mancata autorizzazione, ma attraverso i volontari e l’incontro con Emina di Jesuit Refugee Service ha conosciuto la condizione di chi può rimanere bloccato in Bosnia per mesi, lontano dalla propria famiglia o comunità e senza sapere dove potrà vivere.
È qui che la bicicletta, oltre che mezzo di viaggio, è diventata uno strumento per riflettere sulla libertà di movimento. «In questi giorni ci siamo resi conto di quanto sia semplice per noi attraversare queste frontiere in bicicletta e di quanto, invece, la stessa strada possa diventare quasi impossibile per chi la percorre senza avere il diritto di muoversi liberamente», racconta Emanuele Borghetti.
L’ultima tappa ha portato il gruppo a Tuzla e all’incontro con Nihad Suljic, giovane fondatore dell’associazione Djeluj. Nihad lavora nel sociale da circa dieci anni e dal 2018 si occupa di persone migranti. Il suo impegno si intreccia con la memoria della guerra in Bosnia-Erzegovina: ha collaborato alla ricerca e all’identificazione dei resti di persone morte lungo il confine con la Serbia e alla sistemazione di oltre cento tombe, molte delle quali senza nome, e supporta le madri di Srebrenica.
«Ogni crimine inizia disumanizzando le persone», ha spiegato Nihad, mettendo in relazione il linguaggio utilizzato per costruire un nemico durante la guerra con quello utilizzato oggi nei confronti delle persone migranti. Un meccanismo che può servire anche a spostare l’attenzione da altri problemi e dalle responsabilità della politica.
«Perché gli ucraini sono rifugiati e quelli dalla Siria sono immigrati?». Una domanda che mette al centro il linguaggio e il modo in cui scegliamo di guardare chi fugge da una guerra, dalla violenza o dalla povertà. «Solidarity is not a project», ha detto Nihad: la solidarietà non come risposta temporanea a un’emergenza, ma come pratica quotidiana e responsabilità personale.
Re(mi)gratia è arrivato così a Tuzla senza la pretesa di paragonare un viaggio in bicicletta al viaggio di chi è costretto a migrare. Al contrario, è proprio la distanza tra queste due esperienze a essere diventata uno degli elementi centrali del progetto.
Per cinque ciclisti, attraversare una frontiera ha significato mostrare un passaporto, pedalare, scegliere dove fermarsi e ripartire il giorno successivo. Per molte delle persone incontrate lungo gli stessi 600 chilometri può significare camminare di notte, tentare più volte lo stesso passaggio, aspettare mesi e non poter scegliere dove andare.
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