Il nostro Ettore Pettinaroli ha partecipato alla versione “breve” della Grande Corsa Bianca: una traversata invernale in semi-autosufficienza tra Adamello e Stelvio. Ecco com’è andata.
La Grande Corsa Bianca fa paura. 170 km da percorrere in febbraio a quote variabili tra i 1000 e i 2200 metri non sono uno scherzo. Bisogna avere gambe e cervello. A me probabilmente mancano entrambi, ma un barlume di lucidità mi convince a lasciar perdere. Però il perfido Marco Berni si inventa una “corta” di 80 km, lima un po’ di dislivello portandolo a circa 3.000 metri D+ e la battezza Corsa Bianca senza l’aggettivo qualificativo. Abbocco, come una trota dei torrenti della Valcamonica il giorno dell’apertura della pesca davanti a un grasso lombrico (il paragone non è casuale, le date coincidono).

Eccomi allora al palazzetto di Ponte di Legno (BS) per il controllo del materiale obbligatorio, amichevole ma implacabile. Non possono mancare sacco a pelo da -20°, caschetto, Artva-pala-sonda, ramponcini e amenità varie sconosciute alla quotidianità del trail. Ci risparmiano le ciaspole, significa che non troveremo neve fresca. Meno male.
Siamo poco più di 50, molti con le fat-bike o gli sci da ski-alp. Altrettanti sono partiti per la lunga il giorno prima e per far passare il tempo fingiamo di interessarci al duello in corso tra Oliviero Bosatelli e Patrick Bohard, gli ultimi due vincitori del Tor, e scrutiamo sul live tracking la posizione degli altri amici rimasti in corsa (alla fine arriveranno meno della metà dei partenti). Non c’è tensione, si fa gruppo nella consapevolezza di quello che ci attende: freddo (ma ci si copre), neve (ma non si sfonda), ghiaccio (ma abbiamo i ramponcini), vento in quota (ma vaff… pure questo). Sappiamo anche che quando la fila si allungherà trascorreremo molte ore in solitudine. Sappiamo che ci piacerà.
Pronti, partenza, via!

Pronti, via. Dalla piazzetta di Monno a Malga Mola sono 8 km di salita. Per noi della 80 km è l’ascesa più lunga in programma, ma siamo appena partiti e fila via veloce nel bosco al riparo dal vento. Non invidio i concorrenti che arrancano spingendo monumentali fat-bike, ma so che il futuro è dalla loro parte e si materializzerà sotto forma di comode strade a mezza costa e, soprattutto, nei 25 km finali tutti a loro misura.

Dopo Malga Mola inizia la gara vera. E’ notte fonda e il percorso non molla mai: un mangia e bevi senza soluzione di continuità che non ammette distrazioni. Malga Guspessa appare come un miraggio nel buio. E’ minuscola (tanto che bisogna lasciare fuori gli zaini), ma calda e accogliente. Le due padrone di casa (sì, è una dimora privata) sono salite fin qui a piedi per noi, con gli zaini pieni di torte e con gli ingredienti per un minestrone indimenticabile. Ce ne andiamo malvolentieri, il prossimo ristoro è a 15 chilometri ma almeno non dovrebbero esserci salite importanti. Palle.
Si riparte
Lo strappo verticale che ci porta sulla strada del Mortirolo sembra non finire mai, ma poi la pendenza si attenua e il ritmo cresce. Non mi sento stanco, non ho problemi fisici, non credo al mio corpo. Da diverso tempo viaggio con Beppe, grande mestierante delle ultra. Chiacchieriamo anche per vincere il sonno in questo tratto senza difficoltà e procediamo spediti. Bello. Planiamo infine sul Rifugio Antonioli, comodo come un hotel quattro stelle. Giusto il tempo per un caffè e per minacciare di morte un concorrente che si era incautamente posto tra me e una torta al cioccolato e via di nuovo. Albeggia. Mancano 35 km e abbiamo tempo fino alle 21 di stasera. Mai stato così largo sul tempo massimo. Figata.

Spingiamo ancora bene, anche in una valletta infida (e ripida) dove si sfonda nella neve. Raggiungiamo il Passo del Mortirolo, scendiamo un pezzo, saliamo ancora, perdiamo quota un’altra volta. Finalmente ecco la strada che sale dolcemente per sei km fino a Malga Salina, l’ultimo Gpm di giornata. Teniamo ancora un buon ritmo, siamo stanchi il giusto. Ok così. La malga è a 25 km dall’arrivo, tutti in discesa e in piano, salvo uno strappo proprio nel finale. Ma è anche l’ultimo rifornimento. Per non rischiare di rimanere a secco scelgo una scatoletta di Simmenthal. Non ne aprivo una da almeno 10 anni. Lo faccio ora, alle 8 del mattino in una baita sperduta in mezzo alla neve. Mi sembra squisita.
Verso il traguardo

Il finale è bastardo. La discesa per Vezza d’Oglio è ghiacciata, non ammette distrazioni. Idem la digressione nella pianeggiante Val Grande. La stanchezza amplifica le difficoltà (che in realtà non ci sono). Beppe addirittura sbaglia strada e lo rivedrò solo al traguardo. La ciclabile che da Vezza d’Oglio porta al traguardo è comoda ma interminabile. L’assenza di neve a 1200 metri di quota costringe a procedere sull’asfalto (o sul ghiaccio vivo). I piedi ringraziamo, ma ormai è fatta. Entro nel Palazzetto accolto dall’applauso di Braccio di Ferro Bosatelli in persona. Cosa desiderare di più?
Ai doverosi ringraziamenti agli organizzatori per aver concepito una gara così particolare e per averla umanizzata e gestita nel migliore dei modi, voglio aggiungere i complimenti a tutti i concorrenti per il clima instaurato on the road all’insegna della solidarietà e della condivisione. Un applauso speciale va ad Ausilia Vistarini, una che non molla mai e non a caso prima donna in tutti questi anni ad avere concluso la GBC in fat-bike, exploit non scontato neppure per una come lei che si è già portata a casa anche l’Iditarod invitational.
Tornerò a Ponte di Legno. Con la speranza di trovare molti più concorrenti. Perché almeno la 80 km è roba seria ma alla portata di molti.
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