J'accuse. Non è andato tanto per il sottile Simone Moro, uno dei più forti alpinisti di oggi, all'incontro organizzato qualche giorno fa da The North Face alla Triennale di Milano. Accanto a lui il "fratello di scalate", il kazako Denis Urubko. Da anni Simone è diventato l'alfiere di un nuovo modo di intendere l'alpinismo. E ha scelto una "specializzazione" decisamente rischiosa: la salita invernale.
Quando si dice inverno, sulle cime più alte del mondo, vuol dire temperature che scendono sotto i 50 gradi e venti che soffiano a 150 km all'ora. Vuol dire bufere che lasciano brevissime "finestre" di bel tempo per consentire ascese che devono essere velocissime. Vuol dire aspettare giorni e giorni al gelo (magari anche settimane e settimane), al campo base, fino a che si apre uno spiraglio tra le nuvole. Vuol dire accettare che la probabilità di insuccesso sia altissima. E allora perchè scalare in inverno?
«In aprile e maggio, sulla via normale dell'Everest, c'è la fila – ha raccontato Simone Moro -. Una lunga fila di persone che procede attaccata a una corda fissa. Come tante formiche. Impossibile persino superarle. Mi ero messo in mente di scalare in successione l'Everest e il suo dirimpettaio Lhotse, la quarta montagna più alta della Terra (8.516 metri). Sono collegati da una dorsale, una specie di forcella che tocca quota 8.000. Avrei voluto salire sull'Everest, scendere alla forcella e risalire sul Lhotse. Non ci sono riuscito. Per colpa dell'affollamento».
Alle spalle di Simone scorrono le immagini di un film. Una lunga fila di persone che sale, imbacuccata nelle tute da alta quota. Un passo e una sosta, un passo e una sosta. Partono a mezzanotte dal campo, e arrivano in cima nelle prime ore del pomeriggio. Gli alpinisti, quelli veri, sono in vetta alle 6 del mattino. «Parliamoci chiaro – continua Simone -, l'Everest è un business. Ma in realtà lassù si muore. Perchè anche una via normale, a 8.000 metri di quota, non ha niente di normale. Una volta arrivavi in cima perchè ti allenavi e avevi un fisico particolare. Oggi ti ci portano se paghi. E quando paghi 60-70 mila euro per arrivare lassù, la guida non ti ferma. Nemmeno se stai male, se stai congelando, se non respiri più».
Per questo Simone Moro ha scelto di scalare in inverno. «Quando le montagne sono deserte, e regna il silenzio totale. È una scelta perdente, perchè hai solo il 10-15% di possibilità di successo. Ma in quei momenti io mi sento ancora un esploratore. Come lo sono stati Bonatti e Mummery. Mi sento di nuovo un piccolo uomo al cospetto dei giganti della Terra. E quando scalo, non lo faccio con una spedizione. Porto con me solo un compagno».
Il compagno è Denis Urubko, alpinista kazako, anche lui presente alla serata "Speaker Series" organizzata da The North Face. Classe 1973, cresciuto (alpinisticamente parlando) nell'esercito, all'inizio guardava Simone con sospetto. «Quando l'ho conosciuto – racconta – più che altro mi interessava il modernissimo materiale che aveva portato con sè dall'Occidente. Poi, osservandolo scalare, mi sono accorto che ci sapeva fare. E la sera, in tenda, non si tirava indietro quando c'era da bere vino e vodka».
Strani personaggi, riesce a mettere insieme la montagna. Personaggi che apparentemente non hanno nulla in comune, e che finiscono per diventare più che fratelli. Come è successo con Mario Curnis. Classe 1936, anche lui bergamasco, muratore, aveva partecipato nel 1973 a una delle prime spedizioni sull'Everest («Costata all'epoca 4 miliardi di lire», ricorda). Ma si trattava di una spedizione militare. E a lui, che militare non era, non fu concesso di toccare la cima. Una delusione cocente, che lo accompagnò per molti anni. Fino al 2002, quando Simone Moro gli propose di salire in vetta con lui. E Mario, a 66 anni, arrivò di buon passo sul tetto del mondo, lungo il versante tibetano.
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