Si è conclusa domenica 31 luglio a Bergamo la seconda edizione del Reda Rewoolution Orobie Ultra Trail, la durissima corsa in montagna su ultra distanze che ha attraversato per un weekend intero i paesaggi delle bellissime Alpi Orobie. L’evento, si è svolto su due diversi tracciati: OUT (Orobie Ultra Trail®), partito venerdì 29 luglio alle 12.00 dalla storica Piazza dell’Orologio di Clusone (Bergamo), che ha visto sfidarsi 255 atleti su un percorso di 140 km con 9500 metri di dislivello positivo, e il Gran Trail Orobie (GTO), lungo 70 km e 4.200 metri di dislivello positivo, con partenza alle ore 10.00 di sabato 30 luglio da Carona (Bergamo), con ben 723 atleti pronti a sfidare i propri limiti, tra gli applausi del pubblico accorso per incitarli.

Anch’io ero presente sul tracciato più corto, se così lo si vuol chiamare, vestito di tutto punto pronto ad iniziare questo viaggio. Il clima era perfetto, caldo ma sopportabile, via si parte salitone verso lo scenario paradisiaco dei Laghi Gemelli. Primo ristoro dopo una decina di km. Gli incitamenti delle persone che erano salite fin quassù per seguire i concorrenti erano da stadio, trombe e megafoni si sprecavano, bravi. Poi giù, per una lunga discesa tecnica fino all’Alpe Corte, secondo ristoro.
Le Orobie sono montagne stupende ma i sentieri non sono certo delle autostrade, come si trovano spesso in altre località di montagna: sassi, gradoni e ostacoli naturali non rendevano certo facili e rilassanti le numerose discese del tracciato. Concentrato con il naso all’ingiù, attento a non inciampare, questo era quello che mi ripetevo nella mente durante il percorso.
Tutto bene fino al terzo ristoro situato a Capanna 2000, anche se un leggero venticello freddo sullo stomaco misto a un grande tasso di umidità mi avevano già creato un certo senso di malessere e di nausea. Ed è qui che sfodero dallo zaino (forse un po tardi) la così decantata “Giacca React Ultralight” di Dynafit. La caratteristica fondamentale di questa giacca è l’ingombro, ripiegandola all’interno della tasca posta sulla manica, la giacca diventa più piccola di una barretta energetica. Vediamo se oltre a stare nel pugno di una mano sa proteggermi anche dalle intemperie.

Dal freddo e dal vento invernale sicuramente no, ma posso assicuravi che a 2200 metri di altitudine con questa giacca si azzera il vento percepito sul corpo, inoltre è traspirante e idrorepellente. Per un capo che pesa solo 78 grammi, mi sembra più che sufficiente. Questa giacca ha un degno collega, che ho indossato molto volentieri visto la situazione in cui mi trovavo, il “Sovrapantalone React”, 134 grammi in Nylon micro denier, poco ingombrante, anch’esso ripiegabile in una sua tasca. Ma la comodità maggiore è la zip che va dalla gamba fino a sopra il ginocchio: per indossarlo e sfilarlo mi ci è voluto un secondo. Con questi due capi ho continuato il mio viaggio, protetto e leggero.
Arrivati a Zambla Alta, trentesimo km e quarto ristoro, l’umore dei concorrenti è meno allegro, la stanchezza incominciava a farsi sentire e in lontanaza si vedevano lampi e tuoni verso la pianura, proprio verso Bergamo il nostro traguardo. Riposo una mezz’oretta e poi mi appresto ad affrontare l’ultima salita impegnativa verso il monte Alben, il Passo della Forca, che già il nome non è rassicurante e se poi lo devi fare al tramonto, vi lascio immaginare che voglia avevo.
Ma se si deve, si fa: e così io l’ho fatto, in un paio d’ore scollino e scendo nell’altra valle che ormai era buio. Sempre su sentiero tecnico passo il quinto ristoro, continuo come un automa la mia discesa, ormai nel bosco fitto, fino ad incontrare il sesto ristoro in località Barbata. Non riesco più nè a mangiare nè a bere, proprio adesso che ne avrei bisogno il mio stomaco si rifiuta nel vero senso della parola.
Sarà il freddo oppure le ore passate ad aspettare i concorrenti, sta di fatto che a questo fornitissimo ristoro, con birra e spiedini di carne, tutti i volontari sono sull’“allegro” e sprizzano cordialità. Mi fa molto piacere trovare persone così disponibili, mi sarei aggregato volentieri a loro, ma nella situazione in cui mi trovavo ho avuto solo il tempo di ringraziare, stringere i denti e proseguire, destinazione Monte Poieto, settimo ristoro.
Alle due di notte quando arrivo a Selvino, ottavo ristoro e 45° km, ho le gambe integre ma senza più il carburante per proseguire. Non riesco a bere nè a mangiare ormai da parecchie ore, chiedo consiglio al medico del soccorso sul da farsi, mi guarda, annuisce e mi fa sdraiare su una brandina con una sacca di flebo di soluzione salina in vena. Nulla di grave, un principio di disidratazione. Così sono costretto a fermarmi, anche se a dirla fino in fondo dopo la seconda sacca di flebo (sì, la seconda, me ne hanno fatte due) sarei ripartito subito come un treno. Miracolosa, questa terapia: da tener presente per le prossime gare. Peccato non aver concluso. Però lasciare qualche conto in sospeso dicono allunghi la vita… speriamo.
In questa gara, come dicevo prima, la maggior parte dei sentieri erano impegnativi ed era molto importante avere delle scarpe ben strutturate, protettive e dall’ottima tenuta su sassi e radici. Io ho usato le Feline Ultra di Dynafit studiate per distanze lunghe e impegnative. Posso dire: prova superata! Sono fatte per il mio piede, nessuna vescica nè unghie nere, piede ben compatto nella tomaia senza stringere, allacciatura veloce e sicura, scarpe robuste e soprattutto con una tenuta su qualsiasi tipo di terreno, bagnato e non. Il disegno della suola di Dynafit e la mescola in Megagrip di Vibram sono un connubbio perfetto. Il neo? Attenzione alle radici bagnate, lì anche il Megarip di Vibram per il momento non può nulla.
Oltre 600 i finisher, con una percentuale di ritiri del 18% per GTO e addirittura del 46% per OUT. Un’edizione, questa, che ha saputo convincere tutti, concorrenti e organizzatori, grazie a una rinnovata logistica e a un’ottima risposta a condizioni meteo impegnative (prima il caldo e poi violenti temporali domenica mattina verso Bergamo). Orobie, arrivederci al prossimo anno!
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