Anche quest’anno, l’Ultra Trail del Lago d’Orta non ha deluso. Il nostro Ettore Pettinaroli ha scelto il percorso da 34 km… ed è arrivato in fondo (seppur scortato dalle “scope”).
La solita festa del trail. Il Vibram UltraTrail del Lago d’Orta, disputatosi lo scorso fine settimana, si è confermato l’appuntamento imperdibile di fine stagione. Duemila corridori provenienti da oltre 40 nazioni si sono dati battaglia sulle cinque distanze (da 17 a 120 km) previste dagli organizzatori senza risparmiarsi. I percorsi semplici e per lunghi tratti corribili hanno favorito medie elevate e, allo stesso tempo, sono stati manna per i tanti che hanno scelto la Utlo per il battesimo del trail.

Nonostante la formula collaudata, non sono mancate le novità. Bella, per esempio, l’idea di allestire una gara per sole donne la domenica mattina: un vero e proprio trail di 17 km con tanto di trasferimento in traghetto da Omegna al punto di partenza. Il village sul lungolago è stato ampliato e reso più razionale, ed ha rappresentato il comodo punto di riferimento per atleti e accompagnatori, mai come in questa occasione così numerosi, come si conviene alla qualità dell’evento. Confermate invece la balisatura maniacale, un classico marchio distintivo della Utlo, nonché la generosità di cancelli e tempi massimi. Addirittura migliorati i ristori, con tavoli imbanditi a dovere (e con possibilità di pastina calda) anche per gli ultimi.

Sono state quindi tutte vincenti le carte messe sul tavolo da Vincenzo e Yulia? Credo di sì. Ho personalmente apprezzato anche la scelta di squalificare quei pochissimi (furbi e/o distratti a seconda dei casi) che sono stati pizzicati a tagliare controllando i passaggi sul sito del cronometraggio. Considero questa scelta sacrosanta (perché bisognerebbe essere buonisti a tutti i costi?), anche a tutela della stessa credibilità della corsa. Piuttosto avrei visto con piacere anche qualche controllo del materiale obbligatorio lungo il percorso o, quantomeno, sulla linea d’arrivo. Certo, sono operazioni delicate e garanzia di comportamenti poco garbati nei confronti dei controllori, ma credo ormai indispensabili in ogni gara. Irrisolvibile, temo, è invece il problema dei parcheggi a Omegna, letteralmente invasa dalle auto dei concorrenti. Per il futuro gli atleti dovranno ricordarsi di tenere in serbo qualche briciola di energia per raggiungere la propria auto magari a due km dalla linea d’arrivo.

La mia UTLO al rallentatore
Non credo che importi a nessuno e il giornalista che si parla addosso è sempre un po’ patetico. Però devo farlo. Questa volta, dopo due anni da scopa, ho partecipato anch’io, scegliendo la 34 km, che conoscevo bene e ritenevo adatta alle mie condizioni di forma. Nonostante ciò, gli ultimi mille metri prima dello scollinamento sul Monte Mazzuccone sono stati un calvario, non andavo proprio più su. Ma la consapevolezza che una volta raggiunta quella vetta tutto sarebbe stato più semplice mi ha aiutato.
E così è stato. Complice il cronometro tranquillizzante, in prospettiva del cancello dell’Alpe Sacchi ho macinato con serenità e con un passo finalmente accettabile il Monte Croce, superando anche qualche concorrente. Merce rara per me. Poi giù, corricchiando verso l’Alpe Ranghetto e ancora avanti su una comoda sterrata. Foto, selfie, telefonate a casa: non mi sono fatto mancare niente.

A un chilometro dal cancello mi rendo conto di vantare un’ora di vantaggio. La mia corsa finisce davvero qui. Entro in modalità salotto. All’Alpe Sacchi trovo Tiziana e Natalia, due fatine bionde dalle quali è difficile separarsi. Perdo tempo cambiandomi, e piluccando salumi e formaggi vari. Riparto con calma insieme a Enrico, che la pensa esattamente come me. Chiacchiere. Parliamo ovviamente di corse. Lui, un Tor in saccoccia, mi chiede delle novità previste per il 2019, poi ci perdiamo in ricordi e aneddoti vari. Non ci curiamo degli altri, consideriamo che tutti coloro che ci stanno superando sono concorrenti delle gare più lunghe.
Al traguardo con le “scope”
In realtà non è così e a cinque chilometri dall’arrivo ci raggiungono le scope. “Avete bisogno? Tutto bene”? Sono premurose e simpatiche, ma le stoppiamo subito. “Eh, stiamo parlando del TOR”. Avrebbero tutto il dritto di mandarci a quel paese e costringerci a darci una mossa, invece entrano in tema (il nostro, non la gara) e il salotto si allarga. Impiegare due ore e mezza abbondanti per scendere dall’Alpe Sacchi a Omegna è in apparenza vergognoso, siamo consapevoli che meriteremmo una sanzione per vilipendio all’agonismo. Ma noi siamo stati bene. A 100 metri dall’arrivo le scope si fermano “andate avanti voi, non vorrete mica la foto sul traguardo con le scope”? Una delicatezza inutile, visto il nostro mood del momento, ma comunque apprezzata. Fine. Baci, abbracci, Menabrea e chiacchiere sul traguardo con finisher vari.

PS: il solito ringraziamento speciale va ai volontari, sorridenti e professionali. Visto che non posso farlo personalmente con tutti, mi limito ad abbracciare Agnes che li ha coordinati. Dietro a ogni gara ben riuscita c’è una persona come lei. Grazie Agnes!
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