Una Grande Corsa Bianca sui generis quella di quest’anno. Tanta neve e pochi al traguardo, ma la bellezza di questa gara stupisce ogni volta.
Un ceffone. Sonoro. A mano aperta. Questo ha rifilato ai concorrenti la quinta edizione de La Grande Corsa Bianca. Per fare finalmente onore al suo nome, infatti, la gara si è presentata con un look che più candido non si poteva. Un abito sartoriale, splendido, da lasciare a bocca aperta. Ma, come si dice in questi casi, “difficile da portare”. Già, perché sfilare per 170 km (o 87 per la prova più corta) sulla neve morbida rispettando i cancelli orari è per pochissimi. E il pur fantastico white carpet steso dagli organizzatori non ha perdonato.
Quasi del tutto azzerati i conduttori di fat bike, per i quali spingere le bici nella neve fresca si è rivelato alla lunga impossibile. Falcidiati i runner, rallentati dalle decine di chilometri percorsi con le ciaspole calzate; decimati i concorrenti partiti con gli sci, che pure potevano contare sulle condizioni più adatte: la neve umida ha infatti creato diversi problemi alle pelli, tanto che per alcuni è stato necessario utilizzarne quattro o cinque paia. Sono stati comunque gli skialper a dominare gli ordini d’arrivo (credeteci, la classifica ufficiale a oggi non è ancora stata pubblicata).
Insomma, al traguardo di Ponte di Legno è giunta meno della metà dei partenti.
Rabbia? Lamentele? Proteste per i cancelli stretti? Poca roba e sempre in tono sommesso. Eccola la magia della Grande Corsa Bianca. Chi accetta questa sfida conosce la montagna, ne conosce le mille variabili e le mette nel conto. Gli organizzatori dal canto loro hanno mantenuto quanto promesso: balisatura impeccabile, logistica comoda al Palazzo dello Sport di Ponte di Legno, ristori a volte lunghi ma ben forniti. Il tutto all’insegna del sorriso e della precisa volontà di risolvere in tempo reale ogni problema. Solo sulla quantità di neve sparsa sul percorso hanno esagerato. Come si fa a non voler tornare?
Flash di cronaca
Alla partenza della 87 km nevica. Ma soprattutto arrivano notizie di stop “impossibili”, ovvero ritiri di trailer che di solito non si fermano neppure se presi a schioppettate. Butta male.
Subito neve, non troppo alta ma molliccia e resa scivolosa dai numerosi passaggi. Morale al secondo chilometro sulla salita per Malga Mola si calzano le ciaspole. Da qui in poi le toglieremo solo per entrare nei ristori (qualcuno, cafone, non le ha tolte neppure in quei momenti) e su un tratto asfaltato che incontreremo più avanti.
Lungo il falsopiano che precede la picchiata verso Malga Guspessa (solita accoglienza leggendaria) vediamo le frontali dei concorrenti della gara lunga: a spanne per arrivare dove sono loro mancano almeno 20 km. La scena è suggestiva ma non consolatoria.
A Malga Guspessa si fanno i conti con il cronometro. Con questo ritmo sarà dura prendere il prossimo cancello in tempo. Confidiamo nella scorrevolezza del tratto che ci attende. Neve permettendo. Usciamo dalla baita come fulmini, ma ci inchiodiamo subito su una salitella breve (meno di un km) ma ripida. La discesa può attendere.
I tornanti asfaltati e senza neve che scendono verso Corteno Golgi consentono di accelerare e danno fiducia. Ma questo tratto l’anno scorso non c’era e quindi non sappiamo ancora del calvario che seguirà.
I 12 km nella neve verso Trivigno sono eterni. Le pendenze sono moderate, è vero, ma il cronometro scorre e non c’è modo di far salire la media. Intanto sorge il sole e possiamo almeno godere del panorama sulle piste da sci dell’Aprica sul versante opposto della vallata, apprezzare gli alpeggi con le baite in ordine.
Dovremmo esserci, dovremmo esserci. Il traguardo parziale è certamente dietro la prossima curva… Palle! Il panorama aperto consente di vedere concorrenti qualche centinaio di metri più avanti, ma del ristoro mai nessuna traccia. E alla curva dopo la scena si ripete. Per dieci, cento, mille volte… Addio cancello.
Cerchiamo almeno di godere dei primi raggi di sole (in realtà la notte non è stata freddissima) e di un luogo che in ogni altro momento dovrebbe assomigliare a un piccolo paradiso bianco. Ecco il cartello “Centro fondo”, è fatta: ma le balise portano in un’altra direzione. Alla fine sbarchiamo nella piana di Trivigno dove ci uniamo al folto gruppo dei ritirati.
Cosa ci siamo persi: da Trivigno in poi la strada è nota, l’abbiamo quasi del tutto percorsa in passato. Ci mancheranno l’arrivo al Rifugio Antonioli, un hotel d’alta quota di fronte al laghetto del Mortirolo; la salita a Malga Salina, dove ancora ricordano la Simmenthal con la quale mi deliziai in una gelida alba; la vista sull’Adamello, sempre di fronte e sempre più vicino; l’agonia sulla ciclabile che da Vezza d’Oglio porta al traguardo; gli applausi all’arrivo. Ma quelli saremo noi a riservarli ad altri. E lo faremo con la consapevolezza che i finisher della Grande Corsa bianca 2018 sono atleti speciali. Che ritroveremo con piacere il prossimo anno, perché di questa gara non si riesce a fare a meno.
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