Testo di Maurizio Vittorio Cavagna
Counselor, coltivatore («coltivare la terra aiuta a coltivare se stessi»), esperto nella gestione dei conflitti di coppia e nella comunicazione genitori-figli, Maurizio Vittorio Cavagna è l’anima di un evento molto particolare: una corsa a piedi nudi nella neve per ricordare la terribile esperienza di Russia e gli uomini che l’hanno vissuta. Il 2 gennaio 2010 si è svolta la 1a edizione del Trofeo del Coraggio a Roncobello, in provincia di Bergamo. Il 29 dicembre dello stesso anno la 2a edizione a Oltre il Colle (Bergamo), e il prossimo 6 gennaio sarà la volta della 3a edizione a Santo Stefano d’Aveto (Genova). La partecipazione è gratuita e la neve è garantita da un cannone “pacifico”.
Nel gennaio 2006, in uno scenario candido intorno a me, tra montagne e pinete, sentii il desiderio già affiorato altre volte di provare che cosa possono aver sentito i nostri soldati durante la Ritirata dalla Russia, avvenuta nel 1943. Mi ricordavo di aver letto nell’adolescenza che il grande freddo fu il vero nemico in quella gelida steppa. Stavo tornando da un giro a piedi verso il Passo dei Laghi Gemelli, in alta Val Brembana, e durante una sosta mi tolsi scarponi e calze, e cominciai a correre giù per una strada coperta di neve battuta.

Non pensai a niente, solo a resistere, così come i soldati al ritorno dal fronte credo abbiano fatto. Ogni tanto sprofondavo, perché in alcuni punti la lastra superficiale di ghiaccio – formata dagli sciatori che utilizzavano quella strada come pista – cedeva sotto il peso del mio corpo e della poca superficie che il mio piede opponeva. Una morsa di gelo mi attanagliava le caviglie salendo verso le ginocchia, ma continuavo a correre. Poi pian piano, la morsa si allentava e il mio sentire si faceva più accettabile.
Mentre procedevo, ancora altri cedimenti di neve, e altre morse che mi chiudevano il piede. Ma ormai era una sensazione già vissuta, già superata nel tornante precedente. La corsa, il correre, il mio stesso procedere credo, mi dettero la forza di superare il dolore. In più avevo dalla mia l’esperienza di avere corso in bicicletta tanti anni, e quindi di essere abituato a “tener duro”, a stringere i denti. Feci 5 km sulla neve ghiacciata, quella volta.
Una volta a casa, parlando con mio figlio Andrea, ci venne l’idea di chiedere l’inserimento dell’impresa nel Guinnes dei primati, ma la domanda non fu accolta. Eppure quello che sentivo andava ben oltre un primato… Feci altre esperienze sulla neve, prima di arrivare a capire che quello che sentivo dentro di me pulsava anche in un altro corpo, altrettanto vivo e poco distante da me. Un corpo che però aveva vissuto davvero la tragica esperienza in Russia: quello del signor Basilio, che viveva (e vive ancora) proprio a poche centinaia di metri dal luogo della mia corsa a piedi nudi sulla neve.

Andai a rileggermi il libro “Gli Spiriti non dimenticano” di Vittorio Zucconi, lì dove c’è scritto: «Dice uno storico americano, Stephen Ambrose, che non è mai l’autore a scegliere il soggetto di una biografia, ma è il protagonista a scegliere il biografo». Io non so se sono stato “scelto” da un soldato della Campagna di Russia per raccontare una corsa a piedi nudi sulla neve, anche se mi ha dato molto coraggio il reduce che ho poi conosciuto. Ma senz’altro ho sentito dentro di me una forza che mi ha spinto a fare dapprima per conto mio, e poi a rendere pubblica questa esperienza. Una forza e una determinazione che mi ha permesso di fare un cammino mio e trovare altre persone disposte a condividere la stessa esperienza.
La tragica esperienza passata in realtà è attuale anche ai giorni nostri, e tanti sono gli insegnamenti ci hanno lasciato le persone che l’hanno vissuta. Sia che siano morte, sia che ne siano uscite vive. Oggi si fanno tante commemorazioni, ma poi tutto finisce lì. «È come l’acqua leggera, che lascia le cose come le trova», mi ha detto Luciana, il padre disperso in Russia e un nonno morto nella prima guerra mondiale.
Io cerco con questa manifestazione di capire il passato, renderlo presente e fare in modo che sia utile per il futuro. Quest’anno ci proverò a Santo Stefano d’Aveto il 6 gennaio. Dopo la corsa, nel pomeriggio si terrà una conferenza sulla Guerra in Russia, e poi lo spettacolo teatrale “Per la Neve”, con un libretto scritto da me per riflettere sulle tematiche della guerra, della violenza, e anche sulla semina. Intesa come portare nutrimento e come “uscire dalla sacca”. Che, come mi ha scritto la signora Teresita, figlia di un reduce, significa anche uscire «da quella che è la Russia personale sepolta nel cuore di ognuno di noi».
Ci tengo a precisare che il contatto della neve con i nostri piedi ha per me anche il significato di rimetterci in contatto con le nostre emozioni, i valori, le cose intime che viviamo. Ha lo scopo di riportarci “a casa” e di potere di lì ripartire. Oggi il momento storico è difficile. Chi gestisce le sorti del nostro Paese sembra lavorare nell’interesse comune. Ma in realtà siamo sull’orlo del baratro. Di qui l’invito a ritrovare i nostri valori, dare un senso alle cose, sentire la gioia, la passione. L’invito a riscoprire le cose per cui vale la pena di vivere. Sperando che forse queste parole abbiano anche un senso per altre persone.
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