Sembra che per vivere fino in fondo le sommità alpine non basti muoversi in un unico elemento. Esistono pareti scoscese riflesse da uno specchio d’acqua tersa e sotto quel riflesso pareti rocciose rispecchiano la parte emersa. Sono proprio quelle acque a custodire segreti ancestrali, fondali inviolati, preclusi all’occhio umano per anni, secoli, probabilmente mai esplorati; e tali potrebbero rimanere per l'eternità.
L’idea che si è fatta strada nella mia mente di un luogo riservato, decisamente esoterico e carico di fascino è stato ciò che mi ha spinto all’immersione in un lago d’alta quota; la curiosità di sapere come avrebbe reagito il mio corpo in una situazione del tutto estranea alla prassi di un'ordinaria immersione al livello del mare, ciò che mi ha convinta ad andare fino in fondo. La rarefazione dell’aria, le basse temperatura dovute all’altitudine, lo sforzo cui il corpo è sottoposto durante la risalita con attrezzatura e zavorra sulle spalle sono in genere elementi che potrebbero turbare l’equilibrio di un apneista che si appresta all’immersione. Tuttavia, il fascino dell’esplorazione può essere sufficiente a far passare in secondo piano i disagi derivanti da condizioni non ottimali.
Salire per sprofondare, quindi riemergere per discendere. Sembra una sequenza piuttosto paradossale, un dipinto che fino a qualche giorno fa era nella mia mente solo abbozzato, mentre ora è e resterà un affresco a tinte sgargianti e indelebili.
L’operazione ha inizio nei pressi di Cuneo, ore 8.00 della mattina: avvicinamento con pick-up attraverso la Valle Gesso fino all'imbocco del sentiero vietato alle quattro ruote, quindi partenza con scarponi ai piedi e zaino in spalla. La meta è il lago di Valscura Inferiore, quota 2274 metri, Alpi Marittime. Si parte dai 1784 metri dalla piana del Valasco e si sale lungo il sentiero per un dislivello di quasi 500 metri. La salita non è delle più impegnative, anche se lo zaino stipato con attrezzatura, muta, zavorra e ricambio è in grado di rendere anche il minimo dislivello notevolmente più duro. Nel cuore del pianoro sorge una casa di caccia che Vittorio Emanuele II fece costruire tra il 1880 e il 1899, riutilizzata in epoche diverse con scopi differenti a seconda delle esigenze: oggi adibita a rifugio, è stata impiegata a fini bellici dalle truppe durante la seconda guerra mondiale.
Ha inizio la risalita attraverso quei sentieri intrisi di storia. Sulle pietre che compongono i muretti a secco a lato del percorso si leggono di tanto in tanto dei numeri: sono le date di nascita incise da chi ha trasportato e impilato quei massi ed ha voluto lasciare un segno del proprio passaggio. Tracce di vecchi percorsi militari, trincee e filo spinato mi fanno venire in mente i soldati che decenni prima avevano attraversato quelle stesse zone, piegati sotto il peso di zaini ed armi da fuoco. Il loro fine, al contrario del mio, era tutt’altro che ludico.
L'aria frizzantina mi accompagna ed aiuta nella salita mentre il mio sguardo si perde in una prospettiva irreale. Il paesaggio mozzafiato che si apre davanti agli occhi è un diversivo più che sufficiente a far passare in secondo piano la fatica, specialmente quando, a circa un terzo del percorso, la vista spazia sulla piana del Valasco, racchiusa e protetta dai crinali delle Alpi Marittime tra cui svetta in lontananza l’Argentera.
Il sentiero, dopo una trentina di metri praticamente verticali, prosegue attraverso una piccola galleria. Ancora poche centinaia di metri e le curve dei monti avrebbero svelato il lago di Valscura Inferiore.
Dopo circa un’ora di trekking (all’occasione non più fine, ma mezzo) mi ritrovo sulle sponde del lago a 2274 metri. Il sole scalda a sufficienza l’aria e la temperatura dell’acqua varia da circa 6° C sul fondo ad un massimo di 10° C in superficie.
Muta umida 5 mm con interno spaccato spalmato, guanti, calzari, maschera snorkel e pinne: pronta a farmi inghiottire, prona sul pelo dell’acqua, mi godo per alcuni istanti tutti i benefici del riflesso d’immersione, avvolta da un silenzio surreale. Tutto tace, sott’acqua come fuori.
Il primo tuffo serve a prendere confidenza con pesata ed assetto: 3 kg di zavorra sono fin troppi e a circa 8 metri di profondità divento io stessa un piombo in caduta libera. Il freddo non è per il momento un fattore di disturbo, anzi, mi aiuta concentrarmi ancora di più sulle sensazioni sconosciute e sulle risposte del mio corpo.
La profondità del lago arriva ad un massimo di 18 metri nella parte in cui i monti si gettano a capofitto nelle sue acque, mentre si assesta sui 12 metri nella zona centrale. Dopo una prima serie di tuffi effettuo qualche spostamento sul fondale. L’acqua è cristallina, la mia ombra è proiettata sul fondo ricoperto da un’impalpabile fanghiglia beige che si solleva come una nuvola al minimo spostamento d’acqua. Sembra di planare su una superficie lunare, nulla a che fare con nessun’altra precedente immersione.
La perlustrazione mi porta dove il lago è meno profondo. Mezza ricoperta dal fango sbuca una vecchia gavetta perduta probabilmente da qualche soldato; poco più in là un residuo di bomba a mano giace inoffensivo.
A poco più di mezz’ora dal mio ingresso in acqua, decido di uscire. Le estremità iniziano ad essere intorpidite, mentre accade il contrario per il resto del corpo che sembra galvanizzato e riattivato dal nuovo pungente habitat.
Svestire la muta è la parte meno piacevole di tutta l’operazione, quindi frettolosamente la porto a termine e mi preparo ai circa 40 minuti di discesa. Euforica ripercorro il sentiero al contrario, come inebriata dall’acqua del lago che ha lasciato sulla mia pelle una patina di sensazioni inedite e positive.
Tutto questo si può riassumere nella definizione “apnea in alta quota”, una combinazione di discipline differenti fuse in un’unica esperienza, un’immersione nella natura a pochi passi dal cielo.
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