Ci sono persone che conosci da tanto tempo, ma in loro compagnia ti trovi in imbarazzo a passare più di qualche minuto. Ci sono persone con le quali sei a tuo agio anche se non le conosci. A me è successo così con Michele Graglia.
Sono le 23:00 del 18 luglio. Sono in un VAN nella Death Valley e precisamente nel Badwater basin, la depressione americana più profonda (-85,5 mt sotto il livello del mare). Un cartello sulla parete della montagna che costeggia la strada indica dove dovrebbe essere il mare. Ci sono circa 40 gradi e il solito vento caldo. Rispetto ai giorni precedenti, questa sera però fa più fresco.

Sono qui perché ho avuto la fortuna di conoscere Michele Graglia in Marocco al MODT (Marco Olmo Desert Training). Era lì in veste di mental coach. Abbiamo fatto qualche chilometro assieme nel deserto, e mi ha detto che avrebbe corso la Badwater 135 Ultramarathon, una gara di cui avevo letto solo nei libri. Ed ora eccomi qui, faccio parte della crew che gli farà assistenza.
Cos’è la Badwater 135? Partiamo dalle cose semplici: 135 sono le miglia, quindi sono circa 217 km, l’equivalente di 5 maratone più una manciata di km di defaticamento. La seconda difficoltà è l’altimetria. Questa gara nasce come la corsa che unisce i punti estremi altimetrici americani: Badwater Basin -85,5 mt sotto il livello del mare e il monte Whitney 4421 mt slm. Oggi la gara non arriva più sulla vetta, ma si ferma a 2500 mt slm. Nel mezzo ci sono comunque due passi da scavallare, e alla fine della corsa il dislivello positivo è di circa 5000 mt. La terza difficoltà è la temperatura. Nella Valle della Morte a luglio non si scende sotto i 30 gradi. Nei giorni che ho passato lì al mattino c’erano 46 gradi al tramonto 50 e la notte 38. La quarta difficoltà è il vento. Un vento caldo che ti asciuga la gola dopo pochi istanti. Ma c’è anche un lato positivo, la totale assenza di umidità.

Prima della partenza ci riuniamo per capire come comportarci e come dividerci i compiti. Sono le 11 e siamo in una stanza a Furnace Creek. Michele ha organizzato due Crew, ognuna composta da quattro persone che si divideranno la corsa in due metà. Non è la prima volta che faccio assistenza, in questa gara prendiamo in considerazione tanti possibili problemi e come evitarli o risolverli. L’ultima raccomandazione di Michele è per noi: “Starete in macchina a 50 gradi senza aria condizionata, bevete e mangiate, dovete essere presenti”.
Per affrontare la gara, nel VAN abbiamo 80 litri di acqua circa 20 litri di bevande, due frigoriferi lunghi più di un metro e pieni di ghiaccio, uno dei quali è intoccabile perché sarà la vasca del freddo nel caso in cui Micki stia male. Speriamo di non usarla.
Ore 22:50 i top runner sono alla presentazione. Alle 23:00 partono. Saliamo sul Van. La crew di cui faccio parte io è composta da Cesare (padre di Michele) alla guida, Michela che siede davanti e ha il compito di controllare la lista di cose da fare e da dare nei tempi previsti, io e Domenico che ci dividiamo i compiti tra preparare e fornire i rifornimenti a Michele. La Death Valley mi piace tantissimo. C’è la luna piena che illumina tutto, purtroppo non c’è il tempo per godersi la notte perché, a differenza di altre gare, qui il supporto bisogna darlo in tempi molto stretti.

Dopo una ventina di miglia Michele non sta molto bene, in un passaggio abbiamo dovuto posticipare un rifornimento e questo lo ha disidratato tanto. Decidiamo di seguirlo a vista, lui è incredibilmente lucido. Così lucido da stravolgere la tabella dei rifornimenti per riuscire a risolvere il problema. Ora i tempi di preparazione di quello che ci chiede di volta in volta sono davvero stretti, io e Domenico siamo diventati perfetti barman. La notte è passata, il sole si è alzato e con lui anche la temperatura. Il ghiaccio che mettevamo nella borraccia adesso si scioglie prima che Michele possa rifornirsi. Dobbiamo riempire la borraccia di ghiaccio e poi metterci dentro quello che riusciamo a farci stare di acqua.
Siamo alla base della prima salita importante, che ci porterà al Townes Pass. E’ bella tosta, in circa 17 miglia si devono macinare 5000 piedi di dislivello positivo. Michele è un treno. E’ incredibile come si crea empatia tra lui e noi, ora siamo tutti galvanizzati. Per eccesso di tifo veniamo fermati da un ranger che non capiamo bene come si sia materializzato, per fortuna nessuna multa e quindi nessuna penalità. Raggiungiamo il Townes Pass, Micki si ferma due minuti per mangiare ed è già ora per affrontare la lunga e ripida discesa di 10 miglia e 3000 piedi di dislivello negativo che ci porterà a Panamint Springs dove, oltre al check point di metà gara, troveremo anche il cambio di crew.

Michele corre la discesa canticchiando leggero e veloce, mentre un magrissimo e spennacchiato coyote si ferma per guardarlo passare e, in poco tempo, siamo a Panamint Springs. Nonostante gli imprevisti è nella media che si aspettava. È ora di fare velocemente il cambio macchina. Salutiamo, facciamo il tifo e li vediamo partire. Inizia la seconda salita: 18 miglia e 3380 piedi di dislivello positivo…sarà dura.
Ci guardiamo ed è ora di pensare a noi, entriamo in un saloon e prendiamo pizze e birra. Fuori ci sono 47 gradi e il piacere della birra fredda si porta via la tensione che ancora avevamo per lasciare spazio alla stanchezza. Dobbiamo andare a Olancha, dove abbiamo affittato una casa, ma prima bisogna passare dai ranger di Lone Pine per ottenere i permessi da utilizzare per salire sul monte Whitney. Dobbiamo fare tutto questo perchè Michele ha una grande idea. La Badwater attuale è più corta di 17 km e non arriva più sulla vetta del monte, ma Micki vuole battere il record e per farlo ha bisogno del permesso per salire.

Fatto. Abbiamo otto permessi, chi vuole può seguire il nostro campione. Ora voglio andare a casa e farmi una doccia. Sono 33 ore che non dormo. Nè io nè Cesare abbiamo sonno e monitoriamo Michele dal sito. Sta andando tutto bene e decidiamo di andare incontro a Micki quando sarà qui vicino. Adesso devo togliermi tutta la polvere che ho addosso, la doccia non può più aspettare.
Apro gli occhi, c’è buio e silenzio. Sono sul letto mezzo vestito. Mi sono addormentato mentre mi stavo vestendo. È l’una di notte, in casa manca Cesare e non ho nessun messaggio sul cellulare. A quest’ora Michele dovrebbe aver finito. Qualche cosa non va. Rintraccio Cesare, che mi informa di alcuni problemi che hanno costretto Micki a dover camminare. Facciamo un po’ di calcoli, è inutile muoverci adesso. Per risolvere la disidratazione Michele ha stravolto la tabella, ora ha le gambe molto appesantite e per questo gli risulta difficile correre. Ci diamo appuntamento all’arrivo tra qualche ora.
All’alba è ora di rimetterci in marcia, sveglio i compagni di viaggio e andiamo ad aspettare Michele. Chi ha progettato questa gara è stato davvero crudele, perchè il tratto finale è una salita di circa 4000 piedi lungo un tratto di dieci miglia. L’unica nota positiva è che si è lasciata la Death Valley, e la temperatura è vicina ai 30 gradi…che da queste parti è da considerasi fresca.
Ecco Michele uscire dall’ultima curva, lo raggiungiamo e gli ultimi metri corriamo tutti e nove insieme… “We are all one” era il motto di Michele all’inizio, ed ecco che siamo tutti qui alla fine. Finita! Siamo tutti molto contenti, forse noi più di Micki che incredibilmente non ha nessun segno di fatica sul volto. Noi i segni li abbiamo, chi più chi meno, segni nascosti dai sorrisi e dagli occhiali. Segni che per toglierli hanno bisogno di una birra fredda e di un abbraccio forte.
Lasciamo Michele agli organizzatori e noi ci riuniamo poco distanti, per raccontarci come sono andate le cose, le sensazioni, i problemi. Sembriamo un gruppo di amici che non si vede da tantissimo tempo, eppure ci conosciamo da 42 ore. Sulla destra inizia il sentiero che porta alla vetta e, cosa più importante, c’è uno store dove possiamo comprare il giusto numero di birre per festeggiare. Ci riappropriamo di Michele e facciamo un brindisi in stile “I Moschettieri”, tutti in cerchio e all’unisono tintinnano le bottiglie. Ora è finita davvero.
E’ una bella giornata, e con Daniele e Michela decidiamo di salire sul monte Whitney. Salutiamo e partiamo. Dopo poco i miei compagni mi staccano. Con il mio passo lento mi godo il panorama. Arrivo a 3700 mt sulle sponde di un lago di un blu intenso. Il posto perfetto per fermarsi a riposare e mangiare, osservato da vicino da una marmotta curiosa. Incrocio gli amici che stanno tornando e scendo con loro.
Finalmente è sera tardi, e ci ritroviamo a casa. Siamo tutti stanchi e buttati su sedie e divani, o per terra. Tutti tranne Michele. Lui è in piedi appoggiato alla credenza della cucina, con una scodella verde in mano, le gambe incrociate; mangia in silenzio e ha uno strano sorriso mal celato dalla barba. È un’immagine che mi colpisce, non capisco il perché stia sorridendo. Ora tutti a letto, domani ci si separa e bisogna alzarsi presto.
Il mattino dopo, finita la colazione, lascio gli amici in cucina per andare a finire la borsa per il viaggio che dovrò iniziare. Le risate che provengono dalla cucina si trasformano in “tu sei pazzo, ti rendi conto, vero?”, mollo tutto e vado in cucina. Di cosa state parlando? chiedo. Michele si gira e con aria innocente mi dice: “Faccio la Double”. La Double sarebbe il ritorno della badwater 135, il giorno dopo si parte e si ripercorre la strada al contrario. Non riesco a trattenermi: “Vengo anch’io!” E in un baleno ecco la nuova Crew. Io, Daniele (amico di Michele che faceva parte della seconda crew) e Cesare. Senza pensarci troppo, carichiamo il VAN e una macchina per ritornare sul monte Whitney. Una foto, e poi Michele inizia a correre leggero e con il sorriso sulle labbra.
Dopo qualche chilometro decido di correre con lui. In tutto correrò 21 km che difficilmente dimenticherò. La corsa nella Death Valley è bellissima, e farla parlando con Michele la rende incredibile. Non è una gara vera e propria, ed è tutto rilassante. La strada è tutta nostra, così come il tramonto e la notte che, come sempre, porta consiglio. Nell’entusiasmo della partenza non abbiamo fatto bene il calcolo dello spazio nella macchina. Al mattino Cesare deve riportare il VAN a Los Angeles, da dove deve ripartire per l’Italia. Non ci vuole molto per renderci conto che tutto il carico del VAN non potrà mai entrare nella macchina.
Pazienza. Fermiamo il Garmin che comunque segna 80 km. Siamo contenti, è stata una bella avventura. Correre liberi in un posto fantastico, assaporare la bellezza del tramonto in silenzio finché l’ultimo raggio di sole non ci saluta e dormire sotto le stelle.
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