Nel 1962, in piena Guerra Fredda, tre alpinisti americani e uno svizzero tentano un’impresa che rischia di scatenare un incidente diplomatico tra Stati Uniti e Cina: la scalata dell’Everest attraversando di nascosto il Tibet controllato dai cinesi. La loro avventura rappresenta una vera novità per l’epoca: una spedizione leggera e autosufficiente, senza ossigeno, senza portatori, senza campi fissi.
La racconta uno degli stessi protagonisti, Woodrow W. Sayre, all’epoca docente alla facoltà di Tufts in Medford (Massachussets), in un libro intitolato Guerra Fredda sull’Everest (MonteRosa Edizioni, euro 14,50).
Tre alpinisti americani dispersi
“Tre alpinisti americani dispersi in un tentativo di scalata di una montagna in Nepal”. Questo il titolo di un articolo pubblicato il 21 giugno 1962 dal New York Times. Il gruppo, guidato dal professor Woodrow Wilson Sayre, 43 anni, aveva lasciato il campo base nepalese il 3 maggio, con viveri sufficienti per 20 giorni, ma non aveva ancora fatto ritorno. Con loro anche un alpinista svizzero, aggregatosi all’ultimo momento.
Che ne era stato di loro? La storia di questa surreale spedizione, organizzata da Woodrow insieme all’amico avvocato Norman Christian Hansen e allo studente Roger Alan Hart (con l’aggiunta in extremis dello svizzero Hans Peter Duttle), viene raccontata con piglio quasi umoristico nel libro Guerra Fredda sull’Everest.
E’ dalle pagine di questo libro che scopriamo tutti i retroscena di quello che era nato come un sogno (camminare sul tetto del mondo), e che poi con puntiglioso entusiasmo si era trasformato in realtà. Il quartetto in effetti non era riuscito ad arrivare proprio in vetta: ma la loro spedizione ha rappresentato comunque il punto di partenza di un nuovo modo di scalare.
Partiti da Kathmandu, i quattro avevano attraversato il Nepal ed erano passati di nascosto in Tibet scavalcando il passo di Nup La (5915 metri). Dopo un percorso a piedi di 200 chilometri, avevano sfidato la parete Nord del gigante Everest, raggiungendo la quota di 7600 metri.

Un ritorno rocambolesco
L’arrivo dei monsoni, alcuni incidenti occorsi lungo il percorso e l’esaurimento delle scorte di viveri, avevano poi convinto i quattro a non tentare l’ultimo assalto alla cima. La strada del ritorno si era trasformata in un lungo e difficile calvario: ormai allo stremo delle forze, dopo avere superato peripezie e difficoltà alpinistiche di ogni genere, erano riusciti a rientrare al campo base. Scoprendo che gli sherpa se ne erano andati portando con sè tutti i viveri.
La storia per fortuna è stata a lieto fine, e oggi possiamo leggerla nelle pagine di questo avvincente racconto. Che non narra solo di freddo, di fame, di cadute nei crepacci, di sfinimento. Ma narra anche di sogni e indaga sulle motivazioni che spingono gli uomini a sfidare la natura estrema.
Il pericolo che fa sentire bene
Scrive Woodrow: “Perchè una cosa come questa fa sentire un uomo così bene? Probabilmente più si fatica e meglio ci si sente. E quello che ti fa sudare è prima di tutto il pericolo fisico (…). Solo il pericolo fisico possiede quell’intensa immediatezza che ti punge o ti stringe forte lo stomaco. Altri pericoli non lo fanno”.
E ancora: “A livello del mare, ben nutriti e riposati, alcuni pericoli ti fanno venire i sudori freddi (…). Ma quando sei effettivamente lì stanco morto e affamato, i pericoli a malapena ti impressionano. Ci vuole energia per avere paura, o anche solo per provare delle emozioni, e spesso non ce n’è abbastanza. Sovente un uomo coraggioso è solo un uomo stanco“.
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